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L’Amazzonia brucia, ma l’Europa è più verde che mai

Siamo sicuri che agricoltura e zootecnia siano da attaccare a priori anche per la questione degli incendi in Amazzonia? Come sempre, meglio approfondire prima di parlare (o scrivere). Magari anche guardando al caso italiano.

Le impressionanti immagini che ci giungono dallo spazio che riprendono gli incendi in Amazzonia preoccupano l’opinione pubblica internazionale e spingono i governi dei Paesi più ricchi a intervenire finanziariamente per aiutare il governo brasiliano nell’immane opera di controllo delle fiamme.

Tuttavia, come dice il prof. Agnoletti sul Corriere della Sera di martedì 27 agosto 2019, “occorre fare distinzione fra gli incendi operati dagli speculatori e quelli dovuti a pratiche secolari che, specialmente in Brasile, sono molto radicati nella cultura indigena”. Lo stesso Agnoletti, inoltre, ridimensiona l’immagine della foresta amazzonica quale polmone della Terra, attribuendole il 6% della produzione globale di ossigeno.

In Europa le foreste e le aree pascolive hanno raggiunto oggi il massimo storico dal 1900. Condividi il Tweet

Se spostiamo lo sguardo dall’Amazzonia a casa nostra notiamo invece che, al contrario del sentire comune, in Europa le foreste e le aree pascolive hanno raggiunto oggi il massimo storico dal 1900.

Secondo la FAO, inoltre, oggi nel nostro Continente le foreste coprono stabilmente il 46% dell’area e le superfici protette sono arrivate a interessare il 13% del territorio. Ciò significa che in Europa agricoltura, zootecnia e silvicoltura sequestrano una quantità di CO2 enorme (550 milioni di ton) e in costante crescita (nel 1990 erano 1/3), anche perché le emissioni del settore agro-silvo-zootecnico europeo si sono contemporaneamente ridotte del 20%.

Oggi nel nostro Continente le foreste coprono stabilmente il 46% dell’area e le superfici protette sono arrivate a interessare il 13% del territorio. Condividi il Tweet

Le zone verdi in Europa stanno avanzando (ma anche in USA e Canada, mentre la Cina ha in animo imponenti programmi di riforestazione) quale sottoprodotto (sic!) dell’intensivizzazione produttiva. La pressione sull’ambiente che si osserva nei PVS (Paesi in Via di Sviluppo) è, spesso, il frutto di bassa tecnologia e uso estensivo delle risorse, piuttosto che direttamente imputabili alla “fame di terre” dei Paesi sviluppati.

Per restare all’Italia, il manto forestale è avanzato prepotentemente dagli anni ’70 ad oggi, ma le produzioni agricole e zootecniche non sono calate in volumi e sono molto migliorate in qualità. Ciò significa che l’altra equazione intensivo = scarsa qualità è smentita dai fatti (soprattutto italiani).

In Europa agricoltura, zootecnia e silvicoltura sequestrano una quantità di CO2 enorme (550 milioni di ton) e in costante crescita. Condividi il Tweet

Occorre tuttavia distinguere l’espansione della macchia-foresta derivante da fenomeni di abbandono (e di dissesto) dalla buona coltura dei boschi e dei pascoli appenninici e montani. In questa tensione fra conservazione (degli ecosistemi pascolivi e agricoltura di montagna) e abbandono, si inserisce molto bene il discorso delle filiere della carne che nella fase di allevamento possono valorizzare questi paesaggi e contrastare lo spopolamento e l’impoverimento della biodiversità animale, vegetale e culturale di vastissime aree del nostro Paese.

Occorre distinguere l'espansione della macchia-foresta derivante da fenomeni di abbandono dalla buona coltura di boschi e pascoli. Condividi il Tweet

Presidente Emerito dell'Associazione per la Scienza e le Produzioni Animali, professore Ordinario di Zootecnica Speciale presso il Dipartimento di Agraria dell’Università di Sassari e Presidente dell’Associazione Carni Sostenibili.