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I nemici del clima? “Sono le auto, non le vacche”

“La principale causa delle emissioni di gas serra sono gli allevamenti e la produzione di carne”, dicono alcuni. Siamo talmente abituati a sentire ripetere come un mantra asserzioni di questo tipo che in molti di noi, ormai, tendono a dare per scontato siano vere.

C’è chi pensa che il problema peggiore per il clima siano gli allevamenti. Eppure non è così, soprattutto se si paragonano le emissioni del settore zootecnico con quelle dei trasporti, o del settore energetico o, perché no, di parte di quello agricolo. A farlo in modo preciso è stato ultimamente anche lo scrittore americano Paul John Scott. Che, sulle pagine del webmagazine Star Tribune, ribadisce un paio di punti molto importanti quando si parla di allevamenti e cambiamenti climatici.

C’è chi pensa che il problema per il clima siano gli allevamenti, ma non è così, soprattutto se si paragonano le loro emissioni con quelle dei trasporti o del settore energetico. Condividi il Tweet

Evitare i cibi animali, una debole argomentazione

Innanzitutto, fa presente Scott, le argomentazioni “scientifiche” contro il consumo di carne sono molto deboli, visto che derivano generalmente dalla cosiddetta “epidemiologia nutrizionale”. Questa, in pratica, si basa quasi esclusivamente su questionari e quindi su studi osservazionali, invece che sperimentali. Uno studio epidemiologico può infatti mostrare solo associazioni, non rapporti di causa-effetto.

Occorre tenerlo ben presente, perché sono spesso questo tipo di “ricerche” a portare molte persone a bandire carne, salumi e cibi animali dalle diete proprie o peggio dei propri figli. E ci ritroviamo a credere un po’ tutti che una dieta priva di prodotti di origine animale sia più salutare. Eppure carne, uova e latticini sono indiscutibilmente superiori ai carboidrati raffinati e agli olii vegetali al centro della dieta di gran parte della popolazione del mondo occidentale, quella italiana inclusa.

Dalla salute all’ambiente

Dopo la salute, ci si è focalizzati sull’ambiente, addossando alla bistecca tutte le colpe della crisi climatica in corso. “Ma la campagna in corso per far vergognare il mondo e portarlo a rinunciare ai cibi animali in nome del cambiamento climatico è pura proiezione vegetariana, una miscela ipocalorica di fatti e ipotesi. Getta sulle nostre spalle l’ansia che proviamo per l’innalzamento del livello del mare, spostando un legittimo timore per i gas serra verso una paura infondata della carne”, scrive Scott: “L’appropriazione vegetariana della crisi climatica è perlopiù avventata. Il cambiamento climatico richiederà la nostra attenzione generale, il sacrificio collettivo e un coraggio politico senza precedenti. Saranno necessari cambiamenti dirompenti per far sì che i combustibili fossili riflettano i loro costi per l’ambiente, e che si passi ad una società con energia rinnovabile al 100%. Questi saranno abbastanza dolorosi senza dovere combattere la percezione che l’attivismo alimentare possa aver dirottato l’agenda.”

La campagna in corso per far vergognare il mondo e portarlo a rinunciare ai cibi animali in nome del cambiamento climatico è pura proiezione vegetariana. Condividi il Tweet

Attenzione al Veg-business

Nella sua disamina, Scott non poteva tralasciare certe iniziative di stampo “Veg” che, al di là di pensare al bene del clima e del pianeta, sono evidentemente mosse da importanti interessi economici. In effetti, agli appelli per salvare il clima di certe campagne “Meat-free” si sono uniti quelli provenienti da Wall Street per acquistare nuovi prodotti surrogati della carne. Come gli ormai famosi hamburger vegetali di Beyond Meat (22 ingredienti, 240 milioni di dollari raccolti, Nasdaq: BYND) e Impossible Foods (21 ingredienti, 300 milioni di dollari raccolti, privatamente), entrambi con in cima alle loro campagne pubblicitarie il cambiamento climatico.

E che dire della commissione EAT-Lancet, talmente criticata da scienziati ed istituzioni da non sentirne quasi più parlare, che con la sua “dieta universale” ha proposto al mondo intero una dieta quasi vegana, molto sbilanciata a livello nutrizionale e totalmente incurante delle differenze culturali ed ambientali che caratterizzano i diversi regimi alimentari globali. Ebbene, come hanno già egregiamente fatto Frederic Leroy e Martin Cohen, anche Scott ricorda il business plurimiliardario che si nasconde (neanche troppo) dietro “studi” di questo tipo, con sponsor che vanno da Kellogg’s a Nestlé, da PepsiCo a Cargill ed Unilever, passando per Dupont e arrivando fino a Google e Deloitte. “Ci si potrebbe chiedere cosa può persuadere questi motori del capitalismo a sostenere la chiusura di ogni steakhouse, oyster bar e barbecue”, scrive ironicamente Scott.

I veri colpevoli della crisi climatica

L’allevamento di bestiame contribuisce al cambiamento climatico. I ruminanti, in particolare, hanno un secondo stomaco per la digestione delle piante fibrose – che noi umani non potremmo digerire, e attraverso la via anaerobica espellono metano. Questo gas ha un effetto serra di 28 volte superiore a quello della CO2 (fonte IPCC) generata da auto, centrali e fabbriche. Ma a differenza di questa, che resta in atmosfera per diversi secoli, dopo una dozzina di anni al massimo non lascia più traccia di sé.

Ma attenzione, perché anche se si parla di emissioni di metano, gli allevamenti potrebbero (e dovrebbero) essere scagionati dalle accuse di nemici pubblici numero uno. Le zone umide, ad esempio, sono infatti un altro digestore naturale di cellulosa (e un concentrato di biodiversità), e quindi una delle più grandi fonti naturali di metano del pianeta. Per non parlare delle sorgenti di metano di origine umana come le discariche, i giacimenti petroliferi e, sorpresa, una pratica agricola che aumenterebbe esponenzialmente i suoi effetti sul clima se l’utopia vegana diventasse realtà: le risaie.

Dai bisonti al fracking

Si stima inoltre che in nord America siano stati circa 80 milioni i bisonti selvatici che vivevano sulle Grandi Pianure. Numeri che si avvicinano ai 90 milioni di bovini da carne oggi allevati negli Stati Uniti, 75 dei quali allevati nelle praterie. Alla fine del Pleistocene superiore si crede che siano esistite 150 specie di megafauna nelle Americhe, tra cui mammut, grandi felini, bradipi giganti e orsi ben più grandi di quelli odierni. I calcoli di regressione suggeriscono che le emissioni di questi animali ed erbivori sovradimensionati avrebbero creato livelli di metano vicini a quelli emessi oggi dai bovini da allevamento.

“E così la nostra atmosfera si è dimostrata in grado di gestire le emissioni e le deiezioni del regno animale, così come quelle provenienti dalle zone umide”, puntualizza Scott: “Se quel metano non fosse stato espulso dal bestiame, sarebbe stato rilasciato quando l’erba non mangiata cominciava a marcire”. Il problema, sottolinea lo scrittore americano, sono semmai le “fonti di metano artificiali come discariche, condizionatori d’aria, risaie agricole e, a livelli straordinari, le perdite nella catena di produzione del gas naturale – temi urgenti nella lotta al cambiamento climatico.”

In effetti, si ritiene che le perdite di gas dovute al fracking emettano ogni anno una sbalorditiva quantità di metano: 13 Tg (teragrammi), ovvero tredici milioni di tonnellate di questo potente gas serra riversate in atmosfera. È il doppio del metano rilasciato ogni anno dalle vacche allevate in tutto il mondo. “EAT-Lancet dovrebbe spingerci ad abbandonare il riso e le caldaie a gas”, chiosa Scott: “Ma questo non farebbe avanzare l’imperativo vegetariano.”

Le perdite di gas dovute al fracking emettono ogni anno 13 milioni di tonnellate di metano: il doppio di quello rilasciato dalle vacche allevate in tutto il mondo. Condividi il Tweet

Emissioni dirette ed emissioni indirette

Il problema spesso sta lì: si confrontano le emissioni del bestiame e ad esempio dei trasporti paragonando quelle indirette del primo con quelle dirette dei secondi. Il che ovviamente non ha senso. E perché si paragonano il bestiame ed i trasporti (altra cosa che non ha molto senso)? Perché nel 2006 la FAO ha pensato bene di confrontare le emissioni dirette e indirette delle vacche con le sole emissioni dirette delle automobili, stimando così che il bestiame era responsabile del 18% di tutte le emissioni di gas serra del pianeta, ovvero più del settore dei trasporti. Non è servito correggere quasi subito al ribasso questa cifra, diventata di lì a poco il 14,5%: il danno ormai era fatto. Da quel momento siamo costretti a sentir ripetere che gli animali d’allevamento sono più “inquinanti” dei trasporti (sic).

Eppure, di dati più attendibili in giro ce ne sono. “Quando si considerano le emissioni riconoscibili e dirette, il carico climatico del bestiame diminuisce”, sottolinea Paul John Scott: “L’EPA stima che il 9% di tutte le emissioni dirette negli Stati Uniti siano dovute all’agricoltura, rispetto al 20% proveniente dall’industria, al 28% dall’elettricità e al 28% dai trasporti. Solo il 3,9% è dovuto al bestiame.” Una bella differenza rispetto alle stime della FAO, che ad oggi ancora non dispone di dati certi e correttamente confrontabili tra i due settori.

Non ha senso confrontare le emissioni dirette e indirette delle vacche con le sole emissioni dirette delle automobili. Condividi il Tweet

Sono le auto, non le vacche

Tutti, o quasi tutti, vogliamo fare in modo di mitigare il cambiamento climatico ed i suoi effetti. Ma per farlo è necessario andare oltre le prese di posizione ideologiche ed i luoghi comuni. Certo la rumorosa ed onnipresente retorica vegan-animalista, supportata da interessi miliardari, non aiuta alla diffusione di una corretta informazione sull’argomento. Ma riflessioni come quelle di Paul John Scott sono un incentivo a non banalizzare ulteriormente argomenti complessi. E a ricordare che la zootecnia è parte della soluzione, non del problema.

Poi, se c’è chi è convinto di fare il suo dovere per il clima e l’ambiente mangiando un hamburger di soia (e mille altri ingredienti) invece che di carne, faccia pure. Ma non è chiudendosi nel proprio autocompiacimento veg che si può migliorare la situazione (climatica e non solo). Semmai nel guardare in faccia la realtà, e capire che per il clima sono molto peggio le auto, i camion, le navi, gli aerei, le fabbriche o le centrali a carbone, che non gli animali al pascolo o in stalla. Appena ce ne renderemo conto, potremo non solo fare di più per il clima, l’ambiente e la biodiversità, ma anche tornare a mangiare in modo più sano ed equilibrato alimenti veramente “naturali”. Non costosi prodotti iperprocessati con una bella V sulla confezione, naturali solo nelle campagne di marketing.

Per il clima sono molto peggio le auto, i camion, le navi, gli aerei, le fabbriche o le centrali a carbone, che non gli animali al pascolo o in stalla. Condividi il Tweet

Giornalista specializzato in sostenibilità, cambiamento climatico e temi ambientali, scrive per diversi giornali, riviste e siti Web. Ha lavorato nel 2007 presso il Centre on Sustainable Consumption and Production nato dalla collaborazione tra UNEP e Wuppertal Institut. Laureato in sociologia, da alcuni anni sta focalizzando il suo lavoro sugli impatti della produzione di cibo, a partire da quelli legati alla zootecnia ed alle produzioni animali. A fine 2018 ha pubblicato il libro “In difesa della carne”, edito da Lindau.