TOP

Economia circolare, il bovino sale in cattedra

Le risorse naturali e alimentari del pianeta su cui viviamo sono limitate, e lo saranno sempre più nei prossimi anni. Ha così sempre più senso parlare di economia circolare, anche in ambito agricolo e zootecnico, due settori che saranno a breve chiamati a sfamare due miliardi di persone in più. Ma prima ancora dovrà dare una risposta ai cambiamenti in atto nei Paesi con economie in crescita. Quando il tenore di vita migliora, la prima domanda è “più carne”. E’ accaduto in passato e accadrà ancora: più carne si traduce in più suini, più polli e soprattutto più ruminanti, capaci come sono di trasformare l’erba in proteine.

Ma come fanno i ruminanti a ricavare proteine dall’erba? Merito di quello straordinario laboratorio microbiologico che sta nel loro tratto digerente. La cosmopolita popolazione di batteri, protozoi e funghi che lo abitano si prendono il compito di “demolire” le frazioni indigeribili dei vegetali, come cellulosa e lignina, per trasformarle in energia.  Poi quella stessa popolazione microbica diviene essa stessa fonte di proteine per il bovino e il ciclo si ripete. Da questo complesso lavoro si hanno come “residui” metano e anidride carbonica, indicati fra i gas a effetto serra.

Detta così sembra semplice. In realtà, il processo è assai più complicato e le cose non sempre si svolgono in questo modo. E cambiando le “regole” cambia anche la quantità di gas prodotti. Non stupisce allora la grande variabilità di “numeri” che si leggono a proposito di bovini e metano da loro prodotto. Variabilità alla quale si affidano i “catastrofisti”, quando affermano che l’allevamento sarebbe il principale responsabile delle emissioni di metano.

Ma come stanno realmente le cose? Più dei ruminanti producono metano le risaie, le paludi e persino gli oceani. Poi c’è il contributo delle altre fonti biogeniche e i gas naturali e le numerose attività umane. Prosciugare gli oceani è impraticabile. Nemmeno chiudere gli allevamenti di bovini (e quello di ovini, di bufali, di camelidi e via di questo passo) è però una strada auspicabile. Mancherebbero i nutrienti e gli altri fattori ammendanti con i quali il letame arricchisce il terreno. Servirebbe di conseguenza più chimica per la fertilità dei campi. Aumenterebbe l’abbandono delle aree marginali da parte dell’uomo, aggravando il degrado idrogeologico. Per non parlare delle aree più arretrate del pianeta, dove possedere una vacca è una via di uscita dalla fame.

Se rinunciare ad allevare bovini è controproducente, possiamo tuttavia ridurne le conseguenze negative sull’ambiente. Ad esempio migliorando la digeribilità della razione alimentare. In questo modo si riduce la produzione di metano e si migliora la salute e la produttività degli animali.  Ma c’è di più. L’integrazione della razione con acidi grassi insaturi è un mezzo per ridurre la metanogenesi. Fra questi composti figura il CLA, l’acido linoleico coniugato, appartenente alla famiglia degli “omega”. Utilizzato nella dieta degli animali, lo ritroveremo poi nella carne e nel latte. Salute in più per chi se ne alimenta.

E’ curioso a questo punto notare che contrariamente a quanto si possa immaginare, l’impatto negativo sull’ambiente è maggiore per gli animali allevati in libertà rispetto a quelli in stalle, dove l’alimentazione è controllata e le integrazioni, anche con i CLA, sono da tempo routine.

La produzione di metano, non va dimenticato, avviene anche nella fermentazione delle deiezioni animali. La soluzione, sempre nell’ottica di un’economia circolare, in questo caso viene dagli impianti per la produzione di biogas, che già si vedono con frequenza girando fra le stalle più avanzate. La loro diffusione potrebbe essere incentivata negli allevamenti di modeste dimensioni. In pochi anni il costo potrebbe essere ammortizzato, ottenendo l’autosufficienza energetica dell’allevamento e un doppio contributo alla salvaguardia ambientale. Doppio perché si sottrae la quota di metano che altrimenti si disperderebbe in atmosfera, e al contempo si riducono le emissioni per la raccolta, la raffinazione e il trasporto sino all’allevamento dell’energia da fonti fossili.

I bovini, e non solo loro, ci offrono insomma mirabili esempi di economia circolare. Nel rumine, dove l’alimento dà nutrimento ai batteri e questi poi diventano cibo per l’animale. Poi nel ciclo digestivo, restituendo con le deiezioni l’energia necessaria per coltivare i campi, gestire lo stesso allevamento, climatizzare la casa dell’allevatore o essere il carburante della sua auto. E quel che resta va nei campi, come fertilizzante. Difficile fare di meglio.

Angelo Gamberini

Giornalista professionista, laureato in medicina veterinaria, già direttore responsabile di riviste dedicate alla zootecnia e redattore capo di periodici del settore agricolo, ha ricoperto incarichi di coordinamento in imprese editoriali. Autore di libri sull’allevamento degli animali, è impegnato nella divulgazione di temi tecnici, politici ed economici di interesse per il settore zootecnico.

Professore Ordinario di Chimica Agraria e Ambientale, Università Cattolica del Sacro Cuore. È membro del gruppo di lavoro PROMETHEUS dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA). Dal 2009 è direttore del centro di ricerca sullo sviluppo sostenibile OPERA, con sede a Bruxelles e a Piacenza. Dall’inizio della sua carriera databile 1987 ha svolto ricerche sugli impatti dei contaminanti nell’ambiente e nei prodotti alimentare, sugli organismi animali e sull’uomo, studi che oggi integra nelle sue indagini di valutazione del rischio.