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5 risposte ai nuovi attacchi alle carni

Ci risiamo. Anche nella canicola estiva non poteva mancare l’ennesimo attacco alle proteine animali. Dopo la pubblicazione di un paper che dipinge carne e pesce come nemici di ambiente e salute, ci preme fare chiarezza su un argomento trattato con troppa superficialità.

L’inserto di CorSera, “Corriere Innovazione”, picchia duro sulla presunta insostenibilità delle produzioni animali (carne e pesce), con particolare accanimento sulla produzione di carne bovina. L’articolo, che ne segue uno analogo pubblicato qualche giorno fa su Focus, è scritto da una giornalista BBC e, nell’incipt, dà per scontato che la carne comporti gravi rischi alla salute (cancro e malattie cardiovascolari). Perciò con la (presunta) distruzione dell’ambiente il disastro è completo!

Alla fine del pezzo (ma solo alla fine) la giornalista pone alcuni dubbi sull’effettività delle ricette salvifiche che stanno circolando sui media (eliminiamo i consumi di carne, mangiamo insetti ecc.), facendo giustamente presente che, oltre a non essere noti gli effetti su salute e ambiente di questi nuovi “allevamenti”, anche il cibo “sostenibile” non è più tale, appena diventa un fenomeno di massa. Ma intanto il 90% dei lettori ha abbandonato la lettura dell’articolo, mantenendo l’informazione iniziale.

La cagnara, com’è noto, è montata a seguito della pubblicazione su Science del paperReducing food’s environmental impacts through producers and consumers“ di Poore e Nemecek (n. 360 del 1 giugno 2018, pp 987-992). E’ vero, una risposta ad un paper scientifico si dà su una rivista scientifica altrettanto prestigiosa, confutando i dati, il metodo o magari entrambi. Ci preme però rispondere subito dalle pagine del nostro sito per provare una volta di più a fare chiarezza su un argomento di cui si parla o si scrive con troppa superficialità, contribuendo a volte in buona fede, altre solo per vendere più copie, alla montante marea disinformativa che come è noto il Progetto Carni Sostenibili si propone di contrastare.

Vediamo dunque su quali punti vale la pena concentrarsi, e a quali quesiti può rispondere il sistema produttivo delle carni italiane.

Premesso che quello di Poore e Nemecek è un lavoro scientificamente valido, passato al vaglio di revisori ed editor anche severi, c’è da dire che alcuni punti dello stesso possono essere messi in dubbio, dato che sono affermazioni pregiudiziali non condivisibili da buona parte del mondo scientifico e non solo.

  1. Il paper assume che l’impatto dei sistemi agricoli sia (pro quota) analogo e confrontabile paritariamente con gli impatti delle altre attività umane. L’assunto è fallace, in quanto il valore marginale di utilità del cibo non può essere minimamente confrontabile con quello di una gita in motoscafo (al secondo si può rinunciare, al primo no). Il contributo agli impatti ambientali andrebbe quindi “pesato” per i singoli valori marginali di utilità delle attività umane impattanti.
  2. Il paper assume che 100 grammi di proteina siano equivalenti, a prescindere dalla fonte. E’ evidente il preconcetto (bias) di questa assunzione.
  3. Il paper assume, in uno scenario estremo (che gli autori stessi dichiarano impraticabile anche se è il più citato dalla stampa) di eliminazione totale dei consumi di carne, che possano essere combinate diete totalmente alternative. Ma questo è, allo stato attuale delle conoscenze dietetiche, impossibile da estendere alla totalità della popolazione umana.
  4. Sempre sotto il dominio dello scenario suddetto, il paper non tiene conto che una quota rilevantissima della popolazione umana (quella più soggetta ad erosione culturale e pertanto la più protetta nelle intenzioni dell’ONU), circa 2 miliardi di persone, vive con e per gli animali (si pensi alla forza motrice e riciclante del bufalo d’acqua nelle risaie del sud est asiatico).
  5. Il paper presuppone che se si eliminassero gli animali zootecnici si risparmierebbe oltre il 70% delle terre, ma non tiene conto del fatto che in quelle terre eventualmente andrebbero a pascolare gli ungulati selvatici che, come dimostrato nel primo capitolo del libro appena pubblicato “Allevamento animale e sostenibilità ambientale – Le tecnologie” (ed. Franco Angeli), contribuirebbero alle emissioni in quota molto vicina a quella degli allevamenti (a meno che non si voglia creare il cosiddetto “vuoto biologico”…).

Ecco, questi pochi spunti non sono una risposta scientifica al paper pubblicato su Science, ma uno spunto di riflessione su quanto il messaggio anti-carne faccia in fretta a passare, anche se dato o formulato in gran parte in modo approssimativo.

Prima di gettare al vento secoli di tradizioni e culture culinarie, prima di mitizzare una produzione di insetti su larga scala di cui neppure si conoscono gli effetti su ambiente e salute, prima di sognare “protein farms” nel deserto (come quelle preconizzate dal film Blade Runner 2049) in sostituzione di allevamenti che tutelano invece paesaggio e territorio, vediamo di levarci il paraocchi ideologico che fa accusare a priori la produzione di carne e di pesce. Per il bene della salute, e dell’ambiente.

Il tutto tenendo bene presente una cosa: dal 1970 ad oggi in Italia abbiamo dimezzato le emissioni zootecniche (che risultano ridotte ad ¼, se parametrate all’unità di proteina prodotta). E questo proprio grazie all’intensivizzazione degli allevamenti che, sotto questo punto di vista, è risultata sostenibile.

Giuseppe Pulina, Presidente di Carni Sostenibili

Presidente Emerito dell'Associazione per la Scienza e le Produzioni Animali, professore Ordinario di Zootecnica Speciale presso il Dipartimento di Agraria dell’Università di Sassari e Presidente dell’Associazione Carni Sostenibili.