Una risposta su benessere animale e antibiotici

Recentemente un nostro lettore ci ha fatto alcune domande. Una era sulle attività del Ministero della Salute relative al benessere animale; una chiedeva se il benessere animale non era solo un costo per gli allevatori, che quindi lo vorrebbero evitare (non è così); una infine voleva chiarimenti sugli antibiotici in allevamento, che il nostro interlocutore ritiene (a torto) essere usati ancora come promotori della crescita (pratica vietata da anni, così come lo sono i cosiddetti ormoni della crescita). Condividiamo con tutti voi la risposta, a cui abbiamo aggiunto un paio di integrazioni per renderla più completa.

Per quanto riguarda gli interventi sul benessere animale da parte del Ministero della Salute può trovare diverse informazioni sul sito del Ministero stesso. Come si può vedere molto è stato fatto, perché non rispettare il benessere animale in Italia (Paese che in generale, a livello di controlli relativi alle condizioni degli animali e quindi della sicurezza alimentare, ne fa da solo più di tutta l’Unione europea messa insieme) è un reato.

Anche per questo motivo, molti allevatori non solo si sono adeguati, ma nella maggior parte dei casi ha pure anticipato la legislazione: trattare bene un animale, infatti, significa ottenere prodotti migliori, più sicuri, di qualità superiore. In altre parole, l’applicazione di alti standard di benessere animale non è un costo, ma un investimento che compensa le risorse economiche impiegate con prodotti di maggior qualità ed una maggiore efficienza complessiva dell’allevamento.

Questo discorso è collegato a quello degli antibiotici, che non vengono più usati come promotori della crescita da almeno 10 anni. In Europa, almeno. Negli anni è stato necessario uno sforzo di riduzione e razionalizzazione, anche per gestire un cambiamento culturale dell’allevatore che ha compreso che una corretta gestione dell’allevamento è essenziale per allevare animali sani e usare sempre meno antibiotici, appunto. Il trend degli ultimi anni dimostra il risultato positivo con una riduzione progressiva ed importante e sono sempre di più i cicli di allevamento nei quali non si ricorre al farmaco.

Nel settore avicolo, quello generalmente più preso di mira quando si tratta questo argomento, si sono ad esempio registrate riduzioni nell’uso di antibiotici negli allevamenti già del 40% rispetto a solo tre anni fa. Nel settore bovino, invece, l’impiego dell’antibiotico è generalmente più ridotto e soprattutto sempre limitato all’impiego individuale del farmaco sul singolo capo, effettuato esclusivamente dopo diagnosi clinica effettuata da un medico veterinario.

Le caratteristiche fisiologiche di questo animale e le modalità di allevamento infatti non richiedono di norma trattamenti collettivi, che riguardano prevalentemente animali di altre specie. Anche nel settore bovino sono comunque in corso nuove tecniche e procedure diagnostiche volte a un utilizzo ancor più attento degli antibiotici, che consentono di utilizzare questi importanti farmaci in modo sempre più preciso e mirato.

Per approfondire l’argomento, comunque, consigliamo di leggere il nostro rapporto, “La sostenibilità delle carni e dei salumi in Italia”, in cui si può trovare un intero capitolo dedicato al benessere animale a alla sicurezza alimentare. Al suo interno ci sono anche le varie leggi e direttive che gli allevatori italiani ed europei devono rispettare, oltre che alcuni esempi di buone pratiche o di progetti europei già implementati.

Redazione Carni Sostenibili