Una doverosa precisazione sugli allevamenti avicoli

L’allevamento avicolo in Italia, come in Europa, negli ultimi 20 anni ha raggiunto livelli di attenzione alla sicurezza alimentare, al benessere degli animali e all’impatto ambientale inimmaginabili nel resto del mondo.

Oggi, la concezione degli allevamenti avicoli garantisce elevati livelli di benessere animale, nel rispetto di normative e di pratiche di allevamento supportate da rigorosi studi scientifici e da una crescente quota di investimenti nel miglioramento dei processi produttivi.

Purtroppo, però, su molti mezzi di informazione si continua a parlare o scrivere senza cognizione di causa di questi argomenti. Ne approfittiamo quindi per fare alcune precisazioni.

L’antibiotico-resistenza (AMR) è un fenomeno globale, divenuto un vero e proprio allarme negli ultimi anni, al punto che numerose autorità sanitarie internazionali, a partire dall’OMS, stanno mettendo in atto campagne massicce di sensibilizzazione ad un corretto uso dell’antibiotico.

Molti detrattori della produzione e del consumo di carne richiamano il dato relativo a “5000-7000 decessi annui riconducibili ad infezioni nosocomiali”, che si riferisce però ad infezioni contratte negli ospedali, nosocomiali per l’appunto, causate da batteri divenuti resistenti ai comuni farmaci e che sono il più preoccupante effetto del massiccio impiego di antibiotici in medicina umana.

Un uso eccessivo, non corretto e non sempre necessario sin dall’età pediatrica di antibiotici sta acuendo sempre di più il fenomeno, aggravato dal fatto che da anni l’industria farmaceutica non immette sul mercato nuove molecole. Questa precisazione è doverosa affinché non passi il messaggio che la causa dell’AMR sia da ricercarsi negli allevamenti intensivi, eliminati i quali avremmo risolto il problema. Purtroppo non è così.

In zootecnia si fa ricorso all’uso del farmaco per gestire le patologie che affliggono gli animali che, come avviene per gli uomini, si ammalano e vanno curati. Esistono norme molto severe e controlli accurati sull’uso dei farmaci in avicoltura, che garantiscono la totale sicurezza del consumatore. Il settore avicolo sta già facendo la propria parte per contribuire alla lotta al fenomeno dell’antibiotico-resistenza, mettendo in campo tutte le sue migliori risorse per dare risposte concrete ed efficaci.

La ricerca e la selezione delle razze, così come avviene da secoli in agricoltura, hanno portato a migliorare le performance del pollo, che oggi cresce non in modo abnorme ma in maniera conforme al proprio patrimonio genetico. La ricerca ha come obiettivo quello di selezionare le razze più forti, che convertano in maniera ottimale l’alimento e che si ammalino meno.

E’ intuitivo che non avrebbe senso allevare polli che facilmente si ammalino, perché ciò si tradurrebbe in una inefficienza produttiva: le conoscenze veterinarie hanno dimostrato come animali allevati in condizioni ottimali di benessere garantiscano rese migliori e costi più contenuti. Questi principi sono oramai stati assimilati dalle filiere, che ne fanno il proprio fondamento.

Il settore avicolo italiano è caratterizzato da una totale autosufficienza produttiva e da un modello di filiera integrata unico al mondo ed investe ogni anno il 7% del proprio fatturato in ricerca e innovazione, a fronte di una media, già di per sé alta, del 2,5% dell’intero settore agroalimentare.

L’allevamento intensivo non è una minaccia, se fatto bene. Per questo crediamo che il modello europeo che è quello con le normative più rigorose ed evolute in termini di sicurezza alimentare e benessere animale dovrebbe essere difeso ed esportato anche fuori dai nostri confini.

Va senza dubbio dato atto che siamo giunti a questo livello di eccellenza anche grazie al ruolo di stimolo e sensibilizzazione verso i temi del benessere animale di alcune organizzazioni che si occupano appunto di rispetto e benessere degli animali. Il percorso è in continua evoluzione e probabilmente tra vent’anni altri grandi passi avanti saranno stati fatti.

La richiesta di carni avicole nel mondo è in continua crescita, in particolare nei Paesi in via di sviluppo e nelle fasce di popolazione più deboli, che aumentando progressivamente la propria capacità di spesa, vogliono avere maggiore accesso a proteine nobili, ad alto valore biologico. Questa domanda potrà essere soddisfatta solo con produzioni su larga scala e ad elevato contenuto tecnologico che siano al contempo sane, sicure e sostenibili.

La grande sfida cui tutti saremo chiamati è quella di rendere ancora più efficiente il modello produttivo, trovando il giusto equilibrio tra la domanda crescente di proteine animali, standard sempre più elevati di sicurezza alimentare, l’imprescindibile e doverosa attenzione al benessere animale e, non ultima, la sostenibilità economica delle produzioni.

L’Europa, Italia in testa, ha i costi di produzione più alti al mondo, generati anche dal rispetto di regole e standard produttivi molto più severi dei nostri competitor mondiali.

In uno scenario globale, con la concorrenza fortissima di player come USA e Brasile, dovremmo difendere modelli produttivi autosufficienti e virtuosi come quello italiano, anziché auspicarne il declino.

A meno che non si preferisca divenire importatori netti anche di carni bianche, una delle poche produzioni totalmente made in italy che ci rimangono.
Lara Sanfrancesco
Direttore Unaitalia