Un altro bambino denutrito, crescita e sviluppo compromessi

Sta facendo molto discutere l’ennesimo caso di cronaca legato a un bambino denutrito a causa delle convinzioni nutrizionali (e ideologiche) della madre. E’ infatti di questi giorni la notizia di una madre “ossessionata dal veganismo” che, in Pennsylvania, è stata arrestata con l’accusa di aver riservato quello che, secondo i medici, è stato un trattamento “disumano” al figlio di appena undici mesi di vita.

La nutrizione dei bambini e degli adolescenti si basa sugli stessi principi di nutrizione degli adulti, ma con fabbisogni quantitativi differenti. I primi 2-3 anni di vita di un bambino sono fondamentali per il suo sviluppo fisico e mentale, e in questo contesto le proteine svolgono un ruolo chiave per il corretto funzionamento delle ossa, dei muscoli, del sangue, della pelle e degli ormoni.

Le proteine animali, e in particolare la carne, sono quindi alimenti molto importanti: una porzione da 80-100 grammi della maggior parte dei tipi di carne contiene circa 20 grammi di proteine, un modo semplice per aiutare il bambino a raggiungere i suoi obiettivi di assunzione di proteine. Oltre a questo, un corretto apporto di vitamina B12 è essenziale per lo sviluppo neurologico e la crescita cellulare. Ferro e zinco sono significativi per la crescita e lo sviluppo dei neonati e dei bambini.

Il bambino in questo periodo cresce in misura maggiore rispetto a tutte le altre fasi della vita e se non si alimenta in modo corretto può ammalarsi più facilmente, o in generale non svilupparsi nel modo giusto. Ad esempio, è proprio in questa fase che si può favorire l’obesità in età adulta. Oggi si è capito, infatti, che le cellule adipose si formano durante l’infanzia: se un bambino mangia troppo, produce un maggior numero di cellule adipose che rimangono in quantità pressoché inalterate da adulto. Quindi avrà un maggior rischio di diventare obeso.

Alcune carenze nutrizionali, come ad esempio quella del ferro, possono invece causare nel bambino bassi livelli di attenzione e di concentrazione, con conseguenti scarsi risultati scolastici.

La maggior parte degli studi che hanno indagato sull’associazione tra nutrizione e sviluppo cognitivo, si sono concentrati su singoli micronutrienti che sono ritenuti essenziali per il corretto sviluppo del cervello: sono gli acidi grassi omega-3, la vitamina B12, l’acido folico, lo zinco, il ferro e lo iodio, tutti nutrienti forniti in modo privilegiato dagli alimenti di origine animale.

Nei bambini, l’associazione tra la vitamina B12 e lo sviluppo cognitivo è stato osservato soprattutto nei bambini nati da madri vegetariane o vegane o che seguivano una dieta macrobiotica. Queste diete possono provocare carenza di vitamina B12, perché la vitamina B12 si trova esclusivamente negli alimenti di origine animale.

Gli studi su bambini con carenze di vitamina B12 hanno evidenziato segni clinici e radiologici anomali, tra cui: muscoli ipotonici, movimenti muscolari involontari, apatia, crescita ridotta e demielinizzazione delle cellule nervose. Dopo il trattamento con vitamina B12, si verifica un rapido miglioramento dei sintomi neurologici nei bambini con deficit, ma in molti i danni sono permanenti con ritardo nello sviluppo cognitivo e del linguaggio per tutta la vita. Un rischio che sta seriamente correndo anche il bambino in Pennsylvania.

L’effetto di lunga durata della carenza di vitamina B12 è supportata dai risultati di alcuni studi in cui i ricercatori hanno esaminato il funzionamento cognitivo degli adolescenti che hanno consumato una dieta macrobiotica fino all’età di 6 anni, rispetto a ragazzi che seguivano una dieta onnivora. Quegli adolescenti che hanno seguito una dieta macrobiotica fino a 6 anni di età avevano livelli più bassi di intelligenza fluida, capacità spaziale e memoria a breve termine rispetto ai soggetti di controllo.

La carenza di zinco sembra essere un grave problema a livello mondiale, che colpisce il 40% della popolazione. Recenti ricerche suggeriscono che i bambini, gli adolescenti, gli anziani e le persone con diabete sono ad elevato rischio di carenza di zinco.

Si ritiene che lo zinco sia un nutriente essenziale per il cervello, con importanti ruoli strutturali e funzionali. Più specificamente, lo zinco è un cofattore per più di 200 enzimi che regolano diverse attività metaboliche del corpo tra cui proteine, DNA e la sintesi di RNA. Inoltre, lo zinco svolge un ruolo nella neurogenesi, la maturazione e la migrazione dei neuroni e la formazione delle sinapsi.

Lo zinco si trova anche in alte concentrazioni nelle vescicole sinaptiche dei neuroni dell’ippocampo (che sono coinvolti nel centro di apprendimento e memoria). L’integrazione di zinco ha un effetto positivo sullo stato immunitario dei neonati e può prevenire malformazioni congenite.

Una delle carenze nutrizionali più comuni in entrambi i Paesi in via di sviluppo e sviluppati è la carenza di ferro. Si ritiene che il ferro sia coinvolto in diversi sistemi enzimatici nel cervello, tra cui quelli coinvolti nella produzione di energia, nella sintesi del recettore della dopamina, nella mielinizzazione delle cellule nervose e nella regolazione della crescita del cervello. Inoltre, il ferro sembra modificare i processi di sviluppo nei neuroni dell’ippocampo alterando la crescita dendritica. Alcuni autori hanno trovato prestazioni significativamente inferiori nelle competenze linguistiche, capacità motorie e attenzione nei bambini di 5 anni i cui livelli di ferritina erano più bassi.

Vi è un ampio consenso scientifico sul fatto che la carenza di ferro abbia un impatto negativo sulle capacità cognitive, comportamentali e motorie e questi deficit cognitivi possono comparire a qualsiasi età.  La mancanza di ferro è infatti chiaramente legata ad alterazioni cerebrali a livello dell’ippocampo, dei mitocondri del cervello, del metabolismo della dopamina, un neurotrasmettitore, e della mielinizzazione delle fibre nervose.

Una delle conseguenze più preoccupanti della carenza di ferro nei bambini è l’alterazione del comportamento e delle prestazioni cognitive, per la quale esiste ricchezza di ricerca clinica, biochimica e neuropatologica che mostra come la carenza di ferro possa esercitare un effetto deleterio diretto sull’apprendimento e lo sviluppo cerebrale, il che si può verificare anche con normali livelli di emoglobina.

La supplementazione di ferro migliora le funzioni cognitive e la carne, in particolare la carne bovina, fornisce ferro eme, una diversa forma di ferro di ferro che l’organismo assorbe in misura maggiore e che non si trova in alimenti vegetali o fortificati. Ma se la carenza di ferro si verifica molto presto nella vita, i danni possono essere irreversibili, e potrebbe non essere possibile invertire il danno cerebrale con il trattamento con il ferro.

I neonati allattati esclusivamente al seno, a 9 mesi di età ottengono solo il 10 per cento del ferro e dello zinco a loro necessari e se nel divezzamento ci sono solo cereali, frutta e ortaggi ottengono solo il 30% del loro fabbisogno di questi importanti nutrienti. Introdurre invece carne già dal sesto mese è il modo più efficace per fornire il ferro e lo zinco di cui hanno bisogno.

La carne e altri prodotti di origine animale, come il latte, contengono sostanze nutritive che è difficile trovare altrove, o che sono in una forma altamente assorbibile e utilizzabile dall’organismo, come il ferro.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda l’assunzione di alimenti di origine animale a partire dai 6 mesi di età, evidenziando come le diete a base di soli vegetali non siano in grado di soddisfare i fabbisogni nutrizionali del bambino, a meno che non si ricorra all’impiego di integratori o prodotti fortificati.

Se girassero queste informazioni, invece che gli allarmismi e le ideologie interessate e tanto di moda al momento, si potrebbe evitare di leggere regolarmente sui giornali di bambini ricoverati (e compromessi) dalle carenze nutrizionali imposte da genitori disinformati o irresponsabili.

 

Redazione Carni Sostenibili