Ricordiamo il valore economico degli allevamenti

Gli allarmismi mediatici che sono stati diffusi in seguito alla pubblicazione della nota riguardante la monografia (ancora in revisione) di Iarc e Oms hanno creato in Rete molta più ironia (nei confronti della stessa Oms) che non vere paure, e iniziative a supporto della carne sono sorte spontanee sia in Italia che nel resto del mondo. Ciononostante, le ricadute sui consumi di carni e salumi nei giorni seguenti questi annunci sono state importanti, e negative. Siccome la sostenibilità racchiude anche la sfera economica, vediamo di ricordare l’importanza in questo senso degli allevamenti.

Il settore delle carni genera solo in Italia un valore economico dell’ordine dei 30 miliardi di euro all’anno, rispetto ai circa 180 dell’intero settore alimentare ed ai 1.500 del PIL nazionale. Le tre filiere principali (avicolo, bovino e suino) generano un valore circa equivalente. Le differenze si trovano nell’analisi della bilancia commerciale: la filiera bovina importa il 20% circa del fabbisogno complessivo, la filiera avicola è pressoché neutra, la filiera dei salumi è caratterizzata soprattutto da esportazioni di prodotti finiti.

In un Paese che, come l’Italia, già risente molto degli effetti della crisi globale, il ruolo economico della produzione di carne e di prodotti lattiero caseari da una parte costituisce la prima voce fra le principali produzioni agricole italiane, dall’altra riveste un ruolo importante in varie economie locali, che contribuiscono in modo non indifferente al totale nazionale.

La pratica dell’allevamento rappresenta un’importante fonte di reddito anche nel resto del mondo. Secondo la FAO (l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura), nel mondo “il bestiame è fondamentale per il sostentamento di circa un miliardo di persone povere”, e dà lavoro a circa 1,3 miliardi di individui. Che sia il caso di ricordarsene, alla prossima diffusione globale di allarmi, attacchi o paure ingiustificate?