Quanti antibiotici si utilizzano negli allevamenti?

Si parla molto di uso degli antibiotici negli allevamenti, ma in pochi sanno quanti se ne utilizzino veramente, e come. Al momento, infatti, non vi sono fonti che diano indicazioni precise sulla quantità di antibiotici somministrati ogni anno in Europa. Per fare una analisi preliminare si può però ricorrere ai dati forniti dal progetto ESVAC (European Surveillance on Veterinary Antimicrobial Consumption), avviato nell’aprile 2010 con l’obiettivo di reperire informazioni da tutta l’Unione europea sulla vendita di farmaci antimicrobici per animali.

E’ opportuno fare due premesse. La prima è che le quantità di principio attivo venduto non corrispondono in modo preciso alle quantità effettivamente somministrate agli animali. La seconda riguarda la gestione dei farmaci: mentre in Italia i veterinari che prescrivono i farmaci non sono autorizzati a venderli, in altri Paesi europei questa pratica è consentita, provocando qualche incertezza sull’effettiva necessità di alcuni dei trattamenti effettuati.

Il nostro Paese, pur comparendo tra i primi Stati membri per vendita di antibiotici, è quello in cui si registra la riduzione maggiore (pari al -29%) tra il 2010 e il 2013, passando da 427 a 302 mg/Pcu. Questa riduzione nelle vendite è frutto delle continue attività di informazione e sensibilizzazione portate avanti dalle autorità sanitarie e dalle associazioni di rappresentanza dei produttori per incentivare un uso responsabile dei farmaci veterinari.

La descrizione delle pratiche e dei pericoli è utile per comprendere quali siano i metodi corretti per la riduzione dei rischi: il principio cardine per l’utilizzo degli antibiotici, soprattutto nelle terapie umane, si può riassumere in “usarne meno possibile, solo quando e quanto necessario”.

La somministrazione di antibiotici in zootecnia è sempre soggetta a prescrizione veterinaria e, dove possibile, dovrebbe basarsi su di un antibiogramma effettuato su batteri isolati dall’animale oggetto della terapia: questo esame permette di verificare la sensibilità dei batteri a specifici antibiotici, portando così a individuare la terapia più adeguata. In Italia, dal 2006 vige inoltre il divieto di utilizzo degli antimicrobici a scopo preventivo, coerentemente al Regolamento (CE) 1831/2003. Negli altri casi possono essere utilizzati i principi attivi preventivamente autorizzati all’immissione in commercio.

Oltre alle pratiche relative all’adeguato utilizzo dei farmaci negli allevamenti, è di fondamentale importanza il controllo dei limiti massimi di residui (LMR), che costituiscono la massima concentrazione di principio attivo nel cibo legalmente accettabile per non porre un rischio per la salute umana. Per garantire il rispetto dei LMR, la legge stabilisce un periodo di sospensione della somministrazione del farmaco prima della macellazione o dell’immissione nel mercato di alimenti quali latte e uova. Il controllo sulla presenza di residui di farmaci antibiotici negli alimenti è affidato al Piano Nazionale dei Residui.

Il Ministero della Salute, che si occupa, insieme alle regioni e alle ASL competenti, di vigilare sulla somministrazione di antibiotici agli animali da allevamento, ha recentemente stilato delle linee guida per il corretto utilizzo dei farmaci antimicrobici, in collaborazione con l’Associazione Italiana Allevatori (AIA), Federchimica, Assalzoo e alla Federazione Nazionale degli Ordini dei Veterinari Italiani (FNOVI).

Il documento introduce anche l’importanza della biosicurezza, intesa come tutti quegli accorgimenti utili a evitare l’introduzione in azienda di microorganismi patogeni (come attenzione durante l’acquisto degli animali, rispetto delle regole di igiene, controllo degli approvvigionamenti, ecc.). Vengono inoltre promossi l’utilizzo di programmi vaccinali e l’interazione tra veterinario e allevatore, con predisposizione di solidi programmi sanitari e comunicazione costante tra le due parti.

 

Redazione Carni Sostenibili