Produzione e consumo di carne possono essere sostenibili

Gli impatti della produzione di carne su larga scala sono cosa nota. E con un consumo globale che secondo la Fao aumenterà del 73% entro il 2050, la domanda è: si può parlare di sostenibilità? Se si segue una dieta come quella mediterranea, la risposta è sì. Secondo “La sostenibilità delle carni in Italia”, ricerca eseguita dalla società di consulenza ambientale LCE di Torino, mangiare un po’ di tutto ha ripercussioni positive sia in termini di sostenibilità che di salute.

Lo studio italiano spiega come i cibi più impattanti a livello ambientale siano anche quelli consumati in minori quantità, e con il maggiore valore nutrizionale. In un modello alimentare corretto come quello italiano, spiegano i ricercatori, il carbon footprint della carne è pari a 5,9 kg di CO2 equivalente, un valore in linea con quello di frutta e ortaggi, che arriva a 5,6 kg.

Con una popolazione mondiale che passerà dagli attuali 7 ai 9 miliardi di individui nel 2050, lo scenario che si prospetta è un generale aumento della domanda di cibo, che riguarda sia l’apporto energetico (cereali), che proteico (carne, uova, latte e proteine vegetali). In questo contesto le carni si candidano, volenti o nolenti, a fornire un valido contributo alla formazione di un’offerta di cibo varia, necessaria per una sana alimentazione.

Per fronteggiare questa crescita dei consumi è essenziale l’utilizzo di pratiche rispettose dell’ambiente. L’incremento della produzione alimentare si deve quindi fondare su un più efficiente utilizzo delle aree già esistenti e sulla riduzione degli impatti dell’allevamento. Il primo passo coincide con uno sforzo globale per la riduzione degli sprechi e con un utilizzo sistematico dei territori maggiormente adeguati alla produzione, incidendo così sull’utilizzo efficiente di acqua, terreno ed energia.

Secondo Chatham House e Glasgow University Media Group, infatti, gli allevamenti intensivi sono all’origine di fenomeni quali il consumo di suolo e di acqua, e sono la più grande fonte mondiale di gas metano e ossido di azoto. Se non si modificheranno le tendenze alimentari correnti, sottolineano le stime britanniche, entro il 2055 le emissioni di gas metano e di N2 saranno più del doppio rispetto al 1995.

Se in ambito ambientale c’è ancora da fare negli anni a venire, a livello economico e sociale le filiere zootecniche rappresentano già oggi una importante risorsa. Basti pensare che, solo in Italia, quello delle carni è un settore che impiega attualmente oltre 180.000 addetti, generando un valore economico di 30 miliardi di euro all’anno, rispetto ai circa 180 miliardi dell’intero settore alimentare e ai 1.500 del PIL Nazionale.

Nel sud del mondo, invece, un importante contributo alla riduzione della povertà e delle differenze di genere può arrivare dagli allevamenti urbani su piccola scala. Gli animali sono una significativa fonte di reddito per le persone di molte regioni svantaggiate, e spesso le donne nei Paesi in via di sviluppo riescono a ottenere una certa indipendenza economica proprio allevando animali.

Fronteggiare la crescita dei consumi globali di carne rappresenta una delle principali sfide di questo secolo. Serve dunque andare oltre le battaglie ideologiche per trovare metodi di produzione sostenibili. Allo stesso tempo, è importante moderare i consumi e ridurre gli sprechi. Quelli complessivi di carne delle famiglie italiane, ad esempio, sono stimati in ben 2,6 milioni di tonnellate ogni anno. Una quantità inaccettabile, se si considera la piaga della fame nel mondo e la penuria di risorse con cui l’umanità si sta già scontrando.
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Fonte: Atlante Food4 de La Stampa Tuttogreen