Le carni sintetiche non sono “carni sostenibili”

Il meat sounding sta prendendo nuove forme. Infatti, se da una parte ci siamo tristemente abituati a vedere rubati nomi e diciture a carni e salumi da parte di prodotti ben lungi dall’assomigliargli (sia a livello di sapore che nutrizionale), dall’altra c’è chi inizia a definire le carni sintetiche e in provetta come “carni sostenibili”. Chiariamo subito una cosa, quindi: le carni, per essere sostenibili, prima di tutto devono essere carni, non qualcosa creato in provetta che, a suon di investimenti miliardari, cerca di riprodurne le caratteristiche naturali.

Sembra un discorso legato all’etica, ma come al solito è una mera questione di business. E potrebbe anche andare bene così, se però si chiamassero le cose con il loro nome. Alcuni grandi uomini e donne d’affari, da qualche tempo, stanno investendo ingenti somme nello sviluppo della “polpetta Frankestein”, come la chiamano alcuni: “carne” sviluppata artificialmente in laboratorio.

Bill Gates e Richard Branson sono sicuramente i nomi più noti, ma fra quelli dei magnati della finanza e degli affari che hanno fiutato il business crescente dei surrogati della carne ce ne sono anche altri molto importanti. Così come sono le cifre investite, che sull’onda emotiva generata dalle immagini rubate a qualche allevamento “insostenibile” d’Oltreoceano, puntano a sostituire nei prossimi anni la vera carne e la zootecnia fatta bene con alimenti sintetici fabbricati su larga scala.

Il problema, però, al momento non ci sembra tanto questo. A pagare migliaia di euro per un singolo hamburger insapore ora come ora non sono in molti. Ci preme però fare chiarezza sul concetto racchiuso nell’espressione “carni sostenibili”. Infatti, quando leggiamo su certi siti descrivere queste carni artificiali come “carni sostenibili”, troviamo interessante (e forse un po’ inquietante) la possibile deriva semantica del concetto che dà il nome al nostro Progetto.

Le carni sostenibili, come dimostra il modello zootecnico italiano, sono quelle prodotte rispettando gli animali, la natura e le tradizioni. Non quelle inventate a tavolino da un marketing sempre più fantasioso. Le carni sostenibili sono quelle ottenute da allevamenti gestiti da persone competenti e appassionate, non in vitro inventate in laboratorio. Quelle che, in pratica, permettono la preparazione di piatti nutrienti e gustosi, magari legati alla cultura e alle tradizioni di determinati Paesi o regioni.

Evitiamo, dunque, di chiamare “carne sostenibile” quella che è invece carne coltivata in laboratorio. Una polpetta sintetica non è una polpetta, e una bistecca di tofu non è una bistecca. Per un semplice motivo: quelle non sono carni. Né tantomeno delle “carni sostenibili”.

Redazione Carni Sostenibili