L’alimentazione vegana nei i bambini è possibile?

Per qualcuno è una filosofia, per qualcun altro una moda e per altri una strategia per mantenere il peso forma o la salute. Il regime vegano è un po’ tutto questo ed è molto più rigido di quello vegetariano: implica l’eliminazione di tutti gli alimenti di origine animale (carne, affettati, pesce, uova, miele, latte e derivati) e anche dei capi di abbigliamento in pelle. Viene però da chiedersi, anche alla luce di recenti fatti di cronaca, se una dieta vegana sia compatibile con le esigenze di crescita di un bambino. Il dottor Giuseppe Morino, responsabile dell’Unità di Progetto Educazione Alimentare dell’Ospedale Pediatrico “Bambino Gesù” di Roma, ci aiuta a fare chiarezza e a rispondere ad alcuni interrogativi.

 

Si può sostituire un regime onnivoro con uno vegano nell’alimentazione dei più piccoli?

L’accrescimento è quel fenomeno complesso con modificazioni morfologiche, funzionali e psicologiche che accompagnano il percorso del bambino nel divenire adulto. Alla base di una corretta crescita ci sono quindi elementi genetici ed ambientali e tra questi giocano un ruolo fondamentale gli apporti dietetici. I regimi alimentari dei nostri bambini sono spesso connotati da eccessi di alcuni nutrienti (carboidrati semplici, proteine animali, grassi saturi) e deficit di altri (fibre, vitamine in particolare vitamina D, minerali tra cui calcio e ferro), da cui derivano quadri di malnutrizione per eccesso (in prevalenza sovrappeso ed obesità) o per difetto. Alla base di queste situazioni vi sono scorrette proposte alimentari da parte della famiglia e soprattutto una certa selettività, ossia il rifiuto di alcuni alimenti fondamentali come verdura, frutta, pesce e legumi, da cui dipendono le situazioni di malnutrizione.

Il sovrappeso e l’obesità, in particolare, rappresentano oggi il problema maggiore per numero di soggetti interessati (almeno 1/3 dei nostri ragazzi ne è affetto) e per gravità dei quadri clinici (steatosi epatica, insulino-resistenza, dislipidemia, ipertensione arteriosa, problemi psicologici, complicanze ortopediche). I fattori favorenti, in particolare, sono la sedentarietà e le alterate abitudini alimentari, rappresentate nei primi anni di vita da eccesso di proteine animali, in particolare derivate dal latte vaccino. Questo, però, non significa che un apporto alimentare che escluda completamente le proteine animali sia idoneo ad una crescita ottimale, in quanto favorisce lo sviluppo di deficit di alcuni nutrienti che nel tempo possono determinare quadri clinici di malnutrizione.

 

Ci sono delle sostanze nutritive alle quali un bambino deve rinunciare se viene alimentato secondo un regime che non prevede l’assunzione di carne?

Nell’ambito di un’alimentazione equilibrata in età evolutiva, un adeguato apporto di carne è di estrema importanza per assicurare un corretto apporto di proteine animali. Queste sono fonte di aminoacidi essenziali, che l’organismo non è in grado di produrre autonomamente, di minerali ad alto valore biologico – come il ferro, lo zinco, il rame, vitamine come la B6 e la B12 – che sono particolarmente utili per la crescita del bambino.

Nell’introito giornaliero è necessario bilanciare in maniera ottimale le fonti animali e vegetali, in modo da assicurare un giusto apporto di aminoacidi essenziali. La carne deve essere quindi presente 3 volte a settimana, inclusa anche quella avicola, che si distingue per un basso contenuto di collagene, che ne favorisce la digeribilità, e di grassi, soprattutto saturi.

 

Cosa può succedere a un bambino che non mangia la carne?

Il primo problema di cui più facilmente ci accorgiamo è la carenza di ferro, che si associa a stanchezza, astenia, pallore, da cui anemia. In particolare questi disturbi possono diventare clinicamente importanti nell’adolescente mestruata, con cicli irregolari e abbondanti. Nel lungo periodo, poi, la carenza di ferro riduce l’efficienza del sistema immunitario, rendendoci più vulnerabili alle infezioni, determina un abbassamento della soglia del dolore, interferisce nel meccanismo che controlla la temperatura corporea, fa aumentare la caduta dei capelli. Peraltro, il ferro contenuto in altri alimenti come i vegetali è scarsamente biodisponibile e l’aggiunta di limone può aiutare, ma non riesce a colmare il deficit nel lungo periodo.

 

Cosa si può dire del possibile impatto della dieta vegana sulla gravidanza?

Uno stile vegano che escluda totalmente le proteine animali può comportare un deficit di vitamina B12 (l’indicazione è sempre quella di usare alimenti fortificati o supplementari), di ferro e acido folico, importanti nello sviluppo di anemie. Le attuali raccomandazioni (LARN) hanno abbassato il livello di proteine necessarie anche per la gestante, pur essendo di circa 6 grammi al giorno maggiore di quelle per le donne non gravide. Va sottolineato che nell’ultimo periodo di gravidanza assume maggiore importanza la qualità delle proteine.

Per soddisfare le nuove necessità è indispensabile non soltanto prediligere gli alimenti a elevato contenuto proteico, ma è fondamentale il profilo degli aminoacidi. Il più alto punteggio è attribuito all’albume, alle proteine del latte e alle proteine della soia: ciò significa che in seguito alla digestione l’unità proteica fornisce il 100% degli amminoacidi essenziali richiesti. Infine, una dieta vegana comporta delle difficoltà in caso di un eccessivo consumo di soia, per la presenza elevata di flavonoidi.

 

Cosa si può dire dell’alimentazione in età neonatale e durante lo svezzamento?

L’alimento fondamentale per il bambino nel primo anno di vita è il latte materno, esclusivo per i primi 6 mesi e successivamente integrato con due pappe che devono apportare quella quota di proteine, ferro e vitamina D altrimenti insufficiente. Il divezzamento, meglio noto oggi come “alimentazione complementare”, rappresenta quindi un momento fondamentale nel processo di crescita del bambino per gli apporti nutrizionali derivati, ma anche per la definizione del comportamento alimentare futuro.

Per questi motivi, a fronte del problema selettività, che oggi rappresenta uno dei maggiori per quel che riguarda l’alimentazione infantile, diventa fondamentale l’indicazione di una dieta il più varia possibile. Proprio per questo, in alcune situazioni, un’esclusione di proteine animali associata al rifiuto di altri alimenti – eventualmente integrati – può comportare quadri anche gravi di malnutrizione per difetto, con complicanze ematologiche (anemia) e neurologiche (deficit vitamina B6, B12 e D6).

In conclusione possiamo affermare un’alimentazione varia, basata sul modello mediterraneo, con una presenza di carne 3 volte la settimana, appare la più idonea ad una crescita ottimale del bambino.

 

 

Fonte: Conoscere per crescere. La rivista dei pediatri italiani per la famiglia