La sostenibilità e le battaglie ideologiche sul cibo

La parola “Sostenibilità” è entrata con prepotenza nel nostro vocabolario, spinta soprattutto da media e opinion leader di settore che utilizzano questo termine per discutere di massimi sistemi. Come i comportamenti alimentari di noi cittadini e consumatori, ritenuti virtuosi dal soggetto che di volta in volta si avvale di questa agile parola.

Il termine sostenibilità contiene infatti un ampio spazio concettuale, che può venire comodo per discutere dell’inquietante destino del nostro pianeta, come della scelta al supermercato dell’ortaggio preferito. È un termine che ammanta l’oratore di un’aura vagamente etica e morale, un malcelato senso di superiorità rispetto all’ascoltatore, il quale, prima ancora di arrivare alle conclusioni, sente su di sé l’opprimente senso del peccato alimentare, che da qualche parte sente di aver sicuramente commesso.

In un mondo ormai troppo secolarizzato, che ha reso il corpo unico canone identitario del nostro essere e il credo alimentare via maestra per la salvezza, il sospetto di avere comportamenti non corretti verso il cibo, insostenibili appunto, si insinua come una colpa che rode le nostre povere anime pervase da ideali indotti di purezza e leggerezza alimentari.

Dietro questo termine si nasconde infatti un campo di battaglia ideologico per la conquista del modello nutrizionale virtuoso, che vede di volta in volta nelle bistecche, merendine o scatolame nemici da abbattere, oltre che simboli di una presunta corruzione alimentare della nostra società, a favore della commossa verginità perduta rappresentata dal lampascione o dalla pastinaca.

Nel mare delle diete, perennemente agitato dai sostenitori dei più svariati regimi alimentari, dalle correnti e dagli scismi del cibo-pensiero, vorrei lanciare la scialuppa di salvataggio del cibo-non pensiero, cibo-cibo, cibo svestito da orpelli culturali o simbolici di sorta.

Torniamo quindi all’inizio: sostenibilità oggi significa ricerca di equilibrio tra forze contrapposte che sono alla base della produzione di ogni alimento. Innanzitutto fatica dell’uomo, oggi come sempre, e distribuzione del valore fra i soggetti che partecipano a una determinata filiera e alla conservazione dell’ambiente.

In questo contesto, sostenibilità significa cercare la giusta remunerazione per gli agricoltori, prima che questa diventi il preambolo di conflitti sociali. Ma anche assicurare dignità economica, identitaria e culturale delle persone che producono cibo, conservando il territorio e il paesaggio. In altre parole, l’ideale punto di mezzo fra nostalgie pauperistiche e liberismo selvaggio.

Sostenibilità quindi non si applica a un prodotto alimentare piuttosto che a un altro, a un regime alimentare piuttosto che a un altro. Significa ricerca continua di efficienza ed equilibrio all’interno delle stesse filiere produttive, animali o vegetali, create dall’uomo in secoli di sviluppo e che in secoli hanno costantemente cercato questo compromesso virtuoso.

Un lavoro silenzioso che si basa su conoscenze e tecniche di tipo economico per una gestione evoluta dell’azienda agricola, di tipo ambientale per la riduzione di impatti e consumi legati alla produzione alimentare, di tipo sociale per mantenere l’azienda ancorata al suo territorio e ai valori che esprime.

In questo sforzo è necessaria la partecipazione attiva e consapevole del consumatore, che deve acquisire comportamenti alimentari basati soprattutto sulla conoscenza nutrizionale dei prodotti che acquista. Ma anche sul comportamento delle aziende che li vendono, piuttosto che sul significato simbolico degli stessi. Solo con la consapevolezza che il cibo resti cibo e non qualcos’altro, potremmo trattarlo con il giusto rispetto, capirne il prezzo e lasciare ai prodotti non alimentari il soddisfacimento dei nostri bisogni sociali o culturali.

Ettore Capri

 

Fonte: Huffington Post Italia