La flatulenza delle vacche provocherà la fine del mondo?

Tra le tante leggende metropolitane è molto diffusa quella che i bovini siano tra i maggiori responsabili dell’effetto serra. Tutto questo nasce da uno studio fatto dalla FAO una decina di anni fa da cui scaturiva che il 18% delle emissioni di gas (soprattutto CO2 e metano) deriva dagli allevamenti zootecnici. Anche se queste informazioni sono state riviste al ribasso (addirittura dal 4 all’ 8%), ormai i media pullulano di “informatori” (o meglio “disinformatori”) che si sbizzarriscono in apocalittiche previsioni del mondo che soffocherà a causa della flatulenza e dei rutti delle vacche.

Cerchiamo di capire come stanno veramente le cose.

Già da quando si frequenta la scuola elementare si apprende che i ruminanti (bovini, ovini, cervidi) al pari di altri erbivori (equini, camelidi ed altri animali selvatici) hanno il pregio di non essere competitori alimentari dell’uomo; anzi, i ruminanti hanno la capacità di trasformare i foraggi, che neanche i più incalliti vegani sarebbero in grado di mangiare, in carne e latte il cui pregevole valore nutrizionale è ben noto.

Questa capacità dipende dall’apparato ruminale che grazie all’azione di batteri e di protozoi riesce a trasformare l’azoto inorganico in biomasse proteiche e la cellulosa (quella che chiamiamo fibra grezza e che nell’uomo serve a favorire la peristalsi intestinale) in precursori dei grassi.

Il metabolismo ruminale comporta la formazione di anidride carbonica e di metano che, volendo fare un paragone del tutto irrispettoso nei confronti dei ruminanti, vengono “scaricati” come avviene con i tubi di scappamento dei motori dei mezzi di locomozione e si disperdono nell’atmosfera. Fortunatamente, a differenza di quanto avviene con la combustione dei derivati del petrolio e del carbone, quello che viene emesso dai ruminanti è un gas privo di “polveri sottili”.

Una “impennata” nella produzione di CO2 si è avuta all’enorme sviluppo demografico ed alla industrializzazione che hanno richiesto un forte incremento dei combustibili derivati dal petrolio per le diverse attività produttive e per i trasporti.

Se prendiamo in considerazione l’Italia, nei primi anni del ‘900 aveva un numero di ruminanti superiore a quello attuali che, probabilmente, rappresentavano una delle principali fonti di CO2, e ovviamente nessuno se ne preoccupava. Anzi l’allevamento era considerato un ottimo elemento negli equilibri ambientali e il letame era una grande ricchezza. La CO2 veniva “assorbita” dalle coltivazioni foraggere mediante la fotosintesi clorofilliana e tutto andava per il meglio.

Attualmente il numero di animali è diminuito e sono migliorati i sistemi di alimentazione che tendono ad utilizzare al meglio quello che gli animali mangiano. Questo comporta una diminuzione della produzione dei gas ad effetto serra.

In pratica quindi, al momento attuale, la produzione di CO2 da parte dei ruminanti è modesta rispetto a quella delle attività umane. Dobbiamo anche ricordare che anche noi produciamo CO2 e, sempre restando in Italia, se nei primi del ‘900 eravamo circa 30 milioni ridotti quasi alla fame, adesso siamo più che raddoppiati, mangiamo molto producendo individualmente più CO2. Nonostante il contributo dei ruminanti in percentuale si vada costantemente assottigliando, ci preoccupiamo di questi trascurando il resto.

Oltre alla CO2, i ruminanti producono anche metano, che viene difficilmente “metabolizzato” dall’ambiente e questo merita grande attenzione. Probabilmente studiando a fondo il microbismo ruminale, si possono in una certa misura “contenere” i batteri metanogeni. Molto è stato fatto e, incredibilmente, gli animali allevati con criteri “intensivi” e alimentati con mangimi i cui nutrienti sono maggiormente utilizzabili producono meno metano di quelli allevati in modo estensivo e alimentati al pascolo.

Non tutti sono informati del ruolo che svolgono le risaie nella produzione di gas metano. I batteri metanogeni prosperano nelle enormi lagune in cui viene coltivato il riso e, a livello globale (basti considerare le risaie asiatiche) la produzione del metano è probabilmente dello stesso ordine di grandezza di quello prodotto dai ruminanti. Non risulta che qualcuno sinora si sia battuto per ridurre o eliminare le coltivazioni di riso. Probabilmente un tentativo del genere non troverebbe molto successo, anche perché significherebbe portare alla fame miliardi di persone.

Un altro problema che viene spesso evocato è la quantità di acqua necessaria utilizzata dagli allevamenti intensivi in modo diretto o indiretto. Anche su questo punto non tutti gli esperti sono concordi.  Stando ai valori di WSI (Water Stress Index) calcolati a livello globale, le aree a maggior densità zootecnica, quali nord Europa, Italia centro-settentrionale, Brasile, Paesi Bassi, Belgio, Gran Bretagna e Stati Uniti centro-occidentali, nonostante la presenza del bestiame non hanno subito alcun depauperamento delle riserve idriche sotterranee.

In altre parole, l’impatto dovuto ai prelievi di acqua in queste zone è sicuramente inferiore rispetto a quello che si avrebbe in aree con problemi di siccità. Un aspetto questo che dovrebbe essere sempre tenuto presente quando si fanno considerazioni sull’impronta idrica attribuibile alla produzione di carne (soprattutto bovina) in zone con un’elevata disponibilità di acqua.

Un accenno alla “clessidra alimentare”, che calcola l’impatto ambientale dei nostri alimenti in funzione di quanto ne mangiamo. Ebbene si dimostra che un consumo equilibrato di alimenti di origine animale, come avviene normalmente nel nostro Paese, ha un impatto ambientale analogo a quello degli alimenti di origine vegetale. In pratica mangiare carne due tre volte la settimana non comporta problemi significativi per l’ambiente.

La risposta alla domanda iniziale è che i rutti e la flatulenza delle vacche non sono poi così gravi per la salute del nostro pianeta; bisognerebbe invece intervenire sulle altre attività (mezzi di trasporto, riscaldamento, industrie, ecc.) incrementando il ricorso alle energie rinnovabili. Infine, non sarebbe male se invece di disboscare si cominciasse a rivitalizzare tanti territori abbandonati a se stessi con efficaci opere di rimboschimento e, grazie alla fotosintesi clorofilliana, catturare la troppa CO2 presente nella nostra atmosfera.

 

Agostino Macrì

 

Fonte: La Settimana Veterinaria