La carne italiana non contiene ormoni e antibiotici

Si sente spesso dire che la carne che abbiamo nel piatto è piena di ormoni, o che negli allevamenti si fa un uso indiscriminato di antibiotici. Ma non è così. In Italia l’uso di sostanze ad attività ormonale è assolutamente vietato nel settore zootecnico da ben 35 anni. Avete capito bene:

gli ormoni della crescita non sono più permessi nei nostri allevamenti di carne italiana dal lontano 1981.

In Paesi come Usa e Canada la somministrazione di sostanze per stimolare la crescita degli animali è tuttora consentita. E’ per questo che, già nel 1988, l’Europa ha deciso di vietare l’importazione dal Nord America di carni bovine trattate con ormoni della crescita.

A conferma del rispetto di tale divieto, nelle oltre 40.000 analisi condotte annualmente dalle Autorità competenti per la valutazione dei residui di trattamenti farmacologici su animali produttori di derrate alimentari, delle quali oltre 6.700 riguardano prodotti avicoli, non è mai stato riscontrato un campione positivo a queste sostanze.

E gli antibiotici? Il loro impiego negli allevamenti è permesso solo ai fini di cura, terapia e profilassi dell’animale, ed è sempre subordinato al rispetto di regole ben precise. Inoltre, possono essere utilizzati esclusivamente antibiotici preventivamente autorizzati dalle Autorità Sanitarie.

Le autorizzazioni sono concesse soltanto alle sostanze di cui è dimostrata l’efficacia, la sicurezza d’uso per gli animali e di cui si conoscono le caratteristiche metaboliche, ossia in quanto tempo vengono “smaltite” dall’organismo animale.

Esiste una lista ben precisa di antibiotici che possono essere impiegati negli allevamenti di carne italiana, e ognuno di questi può comunque essere somministrato solamente con una prescrizione da parte di un veterinario che, ovviamente, deve avere visitato l’animale e diagnosticato la malattia.

Oltre a questo, c’è da dire che il loro impiego deve essere limitato nel tempo, e gli animali possono essere macellati soltanto dopo che i farmaci siano completamente smaltiti, o i residui siano a concentrazioni del tutto innocue per la salute umana: il cosiddetto “periodo di sospensione”.

Esistono anche piani di campionamento annuali delle carni per verificare l’assenza di residui pericolosi e i risultati di questi controlli dimostrano che i campioni di carne irregolari sono inferiori all’1%.

Sul piano pratico, insomma, la carne italiana e le carni europee non contengono residui di antibiotici, e informazioni come quella che gira da qualche tempo in Rete per cui mangiando carne assumiamo ogni anno tot grammi di antibiotici sono da ritenersi false.

La carne italiana è garanzia di qualità e sicurezza

Il sistema nazionale italiano è uno dei più strutturati a livello mondiale, riconosciuto in Europa come punta di eccellenza grazie ai 4.500 veterinari ufficiali coinvolti nei numerosi controlli e analisi nel campo della sicurezza e qualità della carne italiana e del benessere animale.

Pensate che l’Unione europea è l’area al mondo in cui si eseguono più controlli, e l’Italia da sola ne fa più di tutta la stessa Ue messa insieme! E non si tratta solo di quantità. Anche la qualità dei controlli è notevole, soprattutto se paragonata a quella di molte altre zone del pianeta.

Attenzione, però. È sempre molto importante leggere bene le etichette e scegliere carne italiana e certificata. Solo così possiamo davvero essere sicuri di portare sulle nostre tavole un prodotto sicuro e di qualità. Un alimento particolarmente prezioso per le sue proprietà nutritive, specialmente durante la fase della crescita e in età avanzata.

Fonte: Unione Nazionale Consumatori

1 Risposta

  1. La somministrazione di antibiotici negli allevamenti di polli e avicoli è legata elusivamente alla presenza di una malattia conclamata, tutto ciò avviene sotto la responsabilità e il controllo veterinario. Non vengono mai usati per favorire la crescita degli animali, pratica vietata in Europa dal 2006. Inoltre è sempre rispettato il cosiddetto ‘periodo di sospensione’ ovvero il tempo necessario affinché il farmaco sia smaltito prima che il pollo venga avviato al consumo.