In difesa della carne prodotta “industrialmente”

Si parla molto di cibo “industriale” contro cibo “naturale”, tendendo a demonizzare a priori il primo e a mitizzare il secondo. Eppure, questa distinzione spesso non porta alle conclusioni che ci si a aspetta. Anche per quanto riguarda la carne. Ne parla in modo molto preciso e chiamando anche in causa il Progetto Carni Sostenibili il professor Ettore Capri sull’Huffington Post Italia, facendo tre esempi di cibi prodotti da filiera industriale più virtuosi di quando “artigianali”: la verdura, il latte e appunto la carne. Riportiamo qui sotto la parte in cui si parla di carne e zootecnia, sperando che possa portare anche i nostri lettori a riflettere su quanto alcuni nuovi luoghi comuni sul cibo possano portare più danni che guadagni. In ogni senso.

In difesa del cibo industriale

Fra le mode del momento ce n’è una che mi colpisce particolarmente: quella di scagliarsi a priori contro il cibo cosiddetto “industriale”. Ma ha davvero senso questa presa di posizione? In realtà no, perché spesso il cibo prodotto “industrialmente”, se prodotto in qualità e con responsabilità, offre non pochi benefici sia a livello di sicurezza alimentare che di efficienza, e quindi di ridotto impatto ambientale.

Le produzioni in scala crescente, cioè quantità maggiori di cibo prodotto per unità di tempo, ci garantiscono infatti i prezzi bassi, uniformità, controllo della qualità. Permettendoci quindi di ottenere per un numero di acquirenti più vasto prezzi contenuti ed accessibili ai diversi redditi familiari.

Ma non è solo questione di convenienza. Se date per scontato che acquistare un prodotto sfuso dal piccolo produttore sia meglio, sappiate che non è necessariamente così. Certo può far conoscere di persona chi ci vende ciò che mangiamo e soprattutto può dare un supporto a produttori locali vitali per il tessuto socio-economico italiano e fondamentali per la tutela di tradizioni o aspetti culturali da preservare. Ma attenzione a pensare che il cibo “confezionato” del supermercato sia peggio di quello che avete preso durante la vostra gita in campagna. Potreste rimanerne molto delusi.

Per mostrare quanto le convinzioni di fare bene alla salute, alla natura o agli animali scegliendo prodotti provenienti da filiere non industriali siano in gran parte infondate voglio fare solo tre esempi: la carne, le verdure e il latte. Tre prodotti di larga diffusione, che vengono perlopiù acquistati già confezionati, e sono quindi di provenienza industriale.

Il settore zootecnico dei grossi produttori è sicuramente quello preso maggiormente di mira, quando si parla di impatto ambientale o presunta mancanza di etica. In pochi sembrano però sapere che più un allevamento è grande più è soggetto a controlli, sia per quanto riguarda l’igiene che per quel che concerne il benessere animale.

Fatevi un giro nei piccoli allevamenti sparsi per l’Italia, e vedrete spesso polli e galline in spazi molto ridotti o vacche senza la possibilità di muoversi, cosa invece impossibile in un grande allevamento “industriale”. Per non parlare dei grandi stabilimenti produttivi, posti puliti come una sala operatoria in cui gli animali sono tenuti in condizioni ben più “etiche” di quanto avvenga in altri omologhi più piccoli.

Vogliamo parlare dell’efficienza? L’allevamento in stalla, quello più diffuso in Italia, non ha paragoni a livello di minore impatto ambientale con quelli all’aperto, ritenuti maggiormente sostenibili perché più belli da vedere. Ma molto più onerosi in termini di consumo di acqua e di risorse in generale.

Altro punto forte della produzione di carne “industriale” è la riduzione degli sprechi, giunta ormai a livelli che hanno dell’incredibile, se paragonati ad altri settori alimentari. La produzione e il consumo di carne, infatti, “generano una quantità di scarti e di rifiuti più che dimezzata rispetto a frutta e verdura, e pari quasi alla metà dei rifiuti prodotti dalla filiera dei cereali”, fa presente il portale Carni Sostenibili: “Scarti che, nonostante gli sforzi di ridurre l’impatto ambientale di questo settore, sono dovuti prevalentemente alla fase di consumo finale”.

Per quanto riguarda le verdure, il paragone vale soprattutto fra quelle vendute come prodotto sfuso e quelle già confezionate. Queste ultime sono generalmente più costose (basti pensare all’insalata), ma se si parla di sostenibilità ambientale e soprattutto di sprechi il paragone va a vantaggio proprio di quelle in busta.

Nota anche come “quarta gamma”, l’insalata lavata in busta comporta impatti superiori rispetto al ceppo di insalata fresca, per le attività di lavaggio e confezionamento necessarie a renderla pronta all’uso e senza scarti. Ma come fa notare un’interessante pubblicazione di Edizioni Ambiente, Il cibo perfetto di Massimo Marino e Carlo Alberto Pratesi: “Da studi effettuati sulle filiere di alcune delle principali aziende italiane che producono insalata in busta, emerge che dal punto di vista ambientale il prodotto sfuso è vincente solo se gli scarti dal campo alla tavola sono ridotti a meno del 30%, se vengono raccolti in modo differenziato e avviati al compostaggio”.

Questo, purtroppo, in gran parte d’Italia non succede, e lo scarto di insalata è tale da rendere il prodotto sfuso meno sostenibile di quello confezionato. Che, al contrario, oltre a produrre meno scarti destina quelli che genera alla mangimistica animale o alla produzione di biogas.

Trovate l’articolo completo di Ettore Capri sull’Huffington Post.