Impatto ambientale: diete a confronto

Il nostro modo di alimentarci ha inevitabilmente delle conseguenze sull’ambiente, positive o negative. Secondo la FAO, sono sostenibili i modelli alimentari che hanno non solo un basso impatto ambientale, rispettando la biodiversità e gli ecosistemi, ma che contribuiscono alla sicurezza alimentare e ad uno stile di vita sano, perché adeguati anche dal punto di vista nutrizionale. Vediamo quali sono le diete più sostenibili per l’ambiente e per la salute.

Per rispondere alle esigenze nutrizionali della popolazione in costante crescita, i sistemi alimentari devono orientarsi verso una maggiore efficienza nell’uso delle risorse e prevedere il consumo di alimenti con impronta idrica (Water Footprint), impronta di carbonio (Carbon Footprint), impronta ecologica (Ecological Footprint) e impronta di azoto (azoto emesso nell’ambiente) basse, promuovendo la biodiversità alimentare e i cibi tradizionali e locali.

Confrontando la Carbon Footprint (kg di anidride carbonica emessi per kg di prodotto), la Water Footprint (litri di acqua consumati per kg di prodotto) e l’Ecological Footprint (metri quadrati occupati per kg di prodotto) della Dieta Mediterranea con quelli di una dieta iperproteica, si può vedere come la Dieta Mediterranea abbia un impatto significativamente minore (cliccare sulla tabella per ingrandire).


Fonte: sinu.it

I dati sui reali effetti ambientali degli alimenti sono comunque molto complicati da misurare, cambiano molto a seconda dei luoghi e presentano diversi punti critici. Ad esempio il concetto di “impronta idrica” è stato via via migliorato, portando alla conclusione che il dato secondo cui “per produrre un kg di carne servono 15.000 litri d’acquadebba essere ridimensionato.

Per ottenere stime più vicine alla realtà, occorre tenere in considerazione diverse variabili, come il tipo di allevamento, l’area geografica di produzione e l’impatto dei diversi tipi di acqua che entrano in gioco, cioè l’acqua verde (acqua piovana evapotraspirata), l’acqua blu (acqua prelevata dalla falda o dai corsi d’acqua) e l’acqua grigia (acqua richiesta per depurare l’acqua eventualmente inquinata).

Questo è importante perché quando si parla superficialmente di “acqua consumata”, in realtà bisogna considerare che il più grande contributo proviene da acqua verde, che è acqua che tornerà comunque in circolo nell’atmosfera. Inoltre nei paesi più piovosi, l’impatto sulla disponibilità idrica sarà ancora più basso, perché occorrerà meno acqua irrigua e quindi meno acqua blu, che è quella che contribuisce di più al fenomeno della carenza idrica. A livello globale per produrre un kg di carne, serve solamente il 4% di acqua blu, mentre ben il 94% è acqua verde rinnovabile e non impattante.

Lo stesso si può dire per la Carbon Footprint, non più valutata in termini assoluti, ma sulla base delle quantità di un alimento realmente consumate all’interno di una dieta corretta ed equilibrata come quella Mediterranea. La Carbon Footprint degli alimenti ricchi in proteine (carne, pesce, uova, legumi, salumi) è così allo stesso livello di quella generata dagli alimenti di origine vegetale (frutta, ortaggi).

La validità scientifica di questi concetti ed il modello della Clessidra Ambientale elaborata da Carni Sostenibili è stata riconosciuta dalla prestigiosa rivista scientifica a carattere ambientale “Science of the Total Environment”, dimostrando graficamente che in un regime alimentare equilibrato, le diverse categorie di alimenti contribuiscono in modo quasi equivalente agli impatti ambientali.

Dunque il mito secondo il quale le diete vegetariane e vegane hanno il minor impatto sull’ambiente sembra ormai sfatato. Anche altri studi sono arrivati alla conclusione che le diete con meno carne non portano necessariamente benefici per l’ambiente. Ricordiamo ad esempio la ricerca della Carnegie Mellon University che calcolò un impatto ambientale maggiore nelle diete che comprendono più frutta e ortaggi e meno carne, rispetto a quello della tipica dieta americana, oppure lo studio del 2013 pubblicato da un gruppo di ricercatori francesi, secondo cui le diete “basate su grandi quantità di cibi derivati dalle piante” portano a emissioni più alte di gas serra.

Se si valuta anche la parte di cibo che viene gettata via, i costi ambientali aumentano ulteriormente, considerando che gli sprechi di frutta e verdura sono più alti della carne, dato che sono alimenti che tendono a deteriorarsi molto più rapidamente.

Inoltre, se si considera anche lo sfruttamento del suolo per contribuire all’alimentazione della popolazione globale in espansione, ancora una volta la dieta vegana non è l’opzione migliore, secondo uno studio che ha messo a confronto 10 diete diverse, in base alla loro efficienza di utilizzo dei terreni agricoli. Infatti non tutti i terreni agricoli sono adatti a qualsiasi scopo: su certe aree di pascolo, ottime per allevare il bestiame, la coltivazione non sarebbe invece praticabile, rendendo quei terreni sprecati in un mondo totalmente vegano. Dunque, continuare a mangiare un po’ di carne permetterebbe di nutrire più persone, cosa che diventa più difficile se tutti quanti fossero vegani.

Quindi come confermano numerose evidenze scientifiche, la Dieta Mediterranea è sostenibile a 360 gradi, soddisfacendo non solo perfettamente tutti i bisogni nutrizionali, per cui invece altre diete estremiste possono essere carenti (dieta vegana) o eccedenti (dieta iperproteica), ma tutelando anche la salute dell’ambiente, la sua biodiversità, oltre che il rispetto del patrimonio culturale e delle tradizioni.

 

Susanna Bramante

 

Susanna Bramante è agronomo e divulgatrice scientifica. Autrice e coautrice di 11 pubblicazioni scientifiche e di numerosi articoli riguardanti l’alimentazione umana e gli impatti della stessa sulla salute e sull’ambiente, nel 2010 ha conseguito il titolo di DoctorEuropaeus e Ph. Doctor in Produzioni Animali, Sanità e Igiene degli Alimenti nei Paesi a Clima Mediterraneo. Cura GenBioAgroNutrition, “un blog a sostegno dell’Agroalimentare Italiano, della Dieta Mediterranea e della Ricerca Biomedica, contro la disinformazione pseudoscientifica”, che aggiorna quotidianamente.