Il settore della carne è il più virtuoso dell’agroalimentare

“I luoghi comuni legati al consumo della carne sono tantissimi, dall’abuso di antibiotici allo spreco alimentare e alla presunta insostenibilità ambientale. È divenuta una priorità far sapere alle persone che si tratta nella maggior parte dei casi di informazioni poco corrette o del tutto sbagliate”. Parola di François Tomei, direttore di Assocarni, l’Associazione nazionale industria e commercio delle carni che, a colloquio con Eurocarne Post, ha sottolineato l’importanza di iniziative volte a rimarcare l’importanza di questo cibo all’interno della dieta di ciascuno e riflettuto sulle tendenze in atto nell’industria alimentare.

Dottor Tomei, quale è lo stato dell’arte del consumo di carne in Italia e nel resto del mondo?

“Nel nostro Paese è un momento particolarmente difficile per questa industria e per tutto il settore alimentare. Si risparmia molto anche sul cibo. A titolo esemplificativo, la filiera italiana del vitellone, che è un prodotto di eccellenza, con costi di produzione elevati, sta risentendo pesantemente del calo dei consumi. Le catene della distribuzione si approvvigionano in misura minore del prodotto di provenienza italiana, preferendo quello polacco e irlandese, che ha costi inferiori. Probabilmente non torneremo mai a livelli di consumo della carne come quelli registrati fino a un decennio fa, ma possiamo di sicuro arrestare questo calo, razionalizzando la rete produttiva e dando le giuste informazioni ai consumatori”.

Come associazione quali sono gli ultimi interventi che avete realizzato?

“Rientra in questo contesto il progetto “Carni Sostenibili”, che stiamo portando avanti insieme ad Assica e Unaitalia, che racconta il punto di vista dei produttori su temi importanti come la sostenibilità, la nutrizione ed il valore economico e sociale del comparto zootecnico. Abbiamo incaricato un gruppo di esperti indipendenti per dimostrare che la carne non solo non è dannosa ma al contrario contiene dei nutrienti insostituibili e che, seguendo il giusto modello alimentare nell’ambito di una dieta equilibrata, l’impatto medio della carne risulta essere uguale a quello di altri prodotti, come frutta e ortaggi. Non solo. Siamo riusciti ad affrontare una serie di luoghi comuni e a spiegarne le effettive problematiche”.

Per esempio?

“Si è evidenziato come l’aumento di alcune patologie croniche quali diabete, sovrappeso, obesità ed ipertensione, siano da ricercare in stili di vita, sedentarietà e cibi ipercalorici (ricchi di zuccheri e grassi) piuttosto che nel consumo di proteine animali. Dimostriamo che non vi è correlazione tra l’insorgere di queste malattie e il consumo di carne. Semmai, queste possono derivare dalle modalità di cottura. L’educazione alimentare e lo stile di vita sono fondamentali”.

Una preoccupazione presente in molti consumatori è legata all’impiego di ormoni e antibiotici. Cosa può dirci a riguardo?

“In tutta l’Unione europea i primi sono vietati da tempo, mentre i secondi sono consentiti soltanto sotto stretto controllo del medico veterinario. Bisogna precisare che non c’è un accesso illimitato a questo tipo di farmaci, senza dimenticare poi i cosiddetti periodi di sospensione: se un animale è stato trattato farmacologicamente la normativa vigente prescrive un congruo periodo prima di consentirne la macellazione affinché non vi sia più traccia alcuna del farmaco somministrato. Il Ministero della Salute esegue continue indagini per verificare eventuali trattamenti illegali: nel 2013, ad esempio, le positività riscontrate sono state appena dello 0,15%. Per cui possiamo dire a gran voce che la favola degli ormoni è un mito da sfatare non perché lo dice l’industria della carne ma perché lo dicono i dati ufficiali, tra l’altro migliori della media europea”.

C’è infine il tema dello spreco…

“Quello della carne è uno dei settori più virtuosi dell’industria alimentare. Nel processo produttivo, tutto ciò che non è edibile viene riutilizzato in altri comparti, ad esempio la pelle viene valorizzata nel campo della moda, dell’arredamento, automobilistico oppure nel campo biomedico e farmaceutico, per non parlare del grasso nel comparto cosmetico. Insomma, non si butta nulla del maiale, ma neanche del bovino! Pertanto, può rappresentare un modello produttivo, anche in vista di Expo 2015, per assicurare la sostenibilità economica e ambientale del settore in uno scenario nel quale si prevede un aumento spettacolare della domanda di cibo da parte della popolazione mondiale entro il 2050”.

Fonte: Osservatorio Eurocarne