Perché gli italiani non mangiano troppa carne

Quantificare i consumi effettivi di cibo è abbastanza complesso, se non altro perché le fonti disponibili in molti casi non sono allineate fra loro. I valori disponibili, generalmente, sono quindi riconducibili a due tipi di informazione: il consumo apparente e il consumo reale.

Il consumo apparente, riportato dalle maggiori fonti istituzionali come Istat, Eurostat e FAO, indica la quantità di un alimento prodotto. Nel caso della carne è generalmente espresso in CWE (carcass-weight equivalent) e include tendini, ossa, grasso, legamenti e tutte le parti non edibili. Il consumo reale è normalmente riportato da organizzazioni quali INRAN, Nielsen, Eurisko o da studi scientifici come EPIC, ed è valutato sulla base sondaggi e indagini a campione sul panel, di solito tramite questionari o diari alimentari. Indica il consumo netto per quell’alimento da parte del consumatore.

Analizzando i dati di diverse fonti sul consumo sia apparente che reale di carne in Italia, gli autori dello studio “La sostenibilità delle carni in Italia” sono giunti ad un’importante constatazione: il consumo medio di carne in Italia è del tutto in linea con le indicazioni INRAN (l’Istituto nazionale di ricerca per gli alimenti e la nutrizione, dal 2013 CRA-NUT, Centro di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione). “Nonostante un campione di dati ampio”, spiegano i ricercatori che hanno curato la stesura del rapporto, “Le informazioni relative ai consumi reali ed apparenti sono abbastanza coerenti tra loro, permettendo una stima attendibile dei differenti dati di consumo”.

Quali sono nello specifico queste informazioni? Per quanto riguarda la carne, il valore di consumo apparente si aggira attorno ai 200-250 g pro-capite al giorno, mentre quello del consumo reale è di poco inferiore ai 100 grammi, coerentemente con un dato di resa media tra le carcasse degli animali e la carne realmente edibile pari a circa il 50%. Il consumo apparente dei salumi e delle carni conservate, invece, si aggira intorno ai 40/45 g al giorno, mentre quello del consumo reale è intorno ai 20-25 g al giorno.

Questi dati dimostrano che negli anni il consumo di carne degli italiani si è modificato, sia che si consideri il consumo reale che quello apparente. Questa elaborazione è resa possibile in particolare dalla banca dati della FAO, FAOSTAT, che riporta in serie storiche i dati di Food supply quantity (quantità di cibo disponibile – g pro-capite al giorno) dell’ultimo cinquantennio, dal 1961 al 2011, per le tre tipologie di carne principali: bovina, suina ed avicola.

Il trend di consumo apparente, nel nostro Paese, risulta in leggero calo nell’ultimo quinquennio; la disponibilità di carne avicola è aumentata di circa il 30% tra il 2006 e il 2011. Il cambiamento più marcato riguarda la carne suina, caratterizzata da un aumento della disponibilità pro-capite nel tempo, probabilmente legato anche alla maggiore produzione di salumi e insaccati.

In sostanza, considerando i consumi reali degli italiani, si può notare che questi non sono eccessivi, come si tende invece a credere. Anche sulla base dei dati statistici relativi al 2013 sul consumo apparente, l’Italia ha un consumo pro capite complessivo di 75 kg l’anno: un valore al di sotto della media dell’Unione europea, che è di 75,7 kg di carne pro-capite l’anno.

Non consumando né troppa né troppo poca carne, insomma, gli italiani seguono già oggi una dieta perfettamente in linea con le più importanti linee guida nutrizionali. Forse, viene da pensare viste le informazioni allarmistiche che circolano sugli “eccessivi” consumi di carne, senza nemmeno saperlo.

Fonte: Unione Nazionale consumatori