Fondamenti di benessere animale: le cinque libertà

La nascita dell’interesse per il benessere animale, così come lo intendiamo oggi, è da ricondursi al 1965, anno di pubblicazione del Brambell report, il primo documento scientifico sull’argomento commissionato direttamente dal governo inglese.

Il documento è riferito specificatamente agli animali da reddito ed enuncia le “cinque libertà” da tutelare per garantire all’animale uno stato di benessere, inteso non solo come assenza di patologie, ma come uno stato complessivo di buona salute fisica e psichica.

Queste condizioni, riprese ed “istituzionalizzate” nel 1979 dal Farm Animal Welfare Council (FAWC), sono tutt’ora alla base della legislazione internazionale in materia di benessere animale.

Le cinque libertà richiamano al rispetto dei bisogni fondamentali e primari di ogni animale, la cui tutela è fondamentale specialmente in condizioni di cattività che non consentono la ricerca individuale e la soddisfazione del bisogno. Sebbene questi requisiti siano tuttora alla base della legislazione comunitaria in materia, in realtà il dibattito su questo argomento non ha ancora trovato una definizione che metta tutti d’accordo.

La maggior parte degli esperti concorda nel vedere il benessere animale come un equilibrio tra l’individuo e l’ambiente che lo circonda, dove con “ambiente” si intende un gruppo eterogeneo di fattori tra cui l’ambiente fisico (strutture, densità, microclima ecc.), l’interazione con altri animali e con l’uomo, l’assenza di patologie o predatori.

L’adattamento a questi fattori può variare in intensità di caso in caso: l’animale può trovarsi, ad esempio, in un buon livello di benessere rispetto ad alcuni fattori come la struttura di allevamento, ma in un livello scarso per altri, come lo stato sanitario. Da questa considerazione emerge come non si possa parlare di benessere solo in termini di presenza o assenza, ma che pure il benessere vari di intensità da pessimo a ottimo.

A testimonianza del forte interesse sull’argomento, negli ultimi anni sono stati avviati vari progetti per la misurazione del livello di benessere animale, basati su indicatori specifici ed oggettivi che possano riflettere lo stato di salute psicofisico ed il livello di stress dell’animale: alcuni di questi sono il Welfare Quality e il progetto RIBECA.

Anche nei Programmi di Sviluppo Rurale il benessere animale ha trovato ampio spazio. In particolare, la Misura 215, relativa ai pagamenti per il benessere animale, sostiene finanziariamente la diffusione di metodi e condizioni di allevamento ad alto contenuto di benessere animale, oltre i limiti minimi imposti dalle specifiche normative, con lo scopo di aumentare la competitività e la redditività delle aziende zootecniche.

Nonostante la comunità scientifica abbia dunque stabilito le caratteristiche del benessere animale e le modalità di misurazione dello stesso, nell’opinione pubblica la percezione del benessere è ben lungi dall’essere univoca e mantiene una forte caratteristica di soggettività, determinata da considerazioni di tipo etico.

In altre parole, se per la scienza vi è sostanziale accordo su come definire lo stato di benessere dell’animale, nella concezione comune le condizioni di benessere considerate “adeguate” variano in base alla concezione che si ha dell’animale stesso e della prospettiva adottata.

 

Redazione Carni Sostenibili