Filiera della carne: l’imperativo è “non sprecare”

Al di là dell’ambiente e del rispetto per un prodotto così nobile come la carne, evitare uno spreco equivale semplicemente ad evitare un costo inutile. E “non sprecare” (come consigliato dal sito omonimo di cui riportiamo l’articolo qui sotto) può essere considerato un sinonimo di “risparmio”.

Carne: solo il 7 per cento delle famiglie la getta nel cestino dell’immondizia

Non sprecare la carne è un insegnamento che a tutti noi è stato giustamente dato sin dall’infanzia. Il valore economico, culturale e sociale percepito per la carne, infatti, si è sempre unito al rispetto per animali che, in pochi lo sanno, ci permettono da secoli di ottenere migliaia di prodotti di uso quotidiano.

Tracciando “il percorso” della carne lungo tutto il ciclo di vita, però, è anche possibile osservare come di tutte questa sia la filiera con i minori sprechi. I motivi di questo virtuosismo sono dovuti agli operatori economici, alla struttura e all’organizzazione della filiera stessa, che permette appunto la lavorazione dei sottoprodotti in processi secondari.

Come spiegato nello studio “La sostenibilità delle carni in Italia”, nella filiera zootecnica gli sprechi sono stati quasi completamente annullati. Il basso valore di scarto è dovuto al fatto che le eventuali sovrapproduzioni di carne degli impianti di macellazione vengono facilmente conservate o utilizzate successivamente. Il segmento dell’allevamento risulta così particolarmente virtuoso, anche grazie a logistiche di produzione che sfruttano la maggiore conservabilità del prodotto.

Nel settore freschi la produzione (e quindi il confezionamento) viene effettuata solo a fronte degli effettivi ordini dei clienti, in modo da ridurre al minimo la sovrapproduzione e il conseguente spreco. La maggiore causa di eccedenza è quasi sempre il raggiungimento della “data di scadenza”, seguita dal fenomeno del “reso contestuale alla consegna”, cioè il rifiuto della merce da parte del cliente al momento della consegna. Altra causa è poi rappresentata dal reso per invenduto, che influisce per il fenomeno della “tentata vendita” e il ritiro dell’invenduto al momento della consegna del prodotto nuovo. La generazione dell’eccedenza in fase di distribuzione, invece, è dovuta principalmente al raggiungimento della sell-by date degli alimenti, alla non conformità del packaging o del prodotto stesso agli standard richiesti e ai resi.

Una ricerca del Politecnico di Milano condotta su 9000 famiglie ha svelato come solo il 7% degli intervistati butti più del 5% dei prodotti di carne e pesce acquistati. La percentuale di alimento buttato è quindi molto bassa rispetto agli altri prodotti “freschi”, ed è paragonabile ai generi a lunga conservazione, ai surgelati e alle bevande, tutti prodotti a deperimento molto lento. In particolare, è interessante analizzare il comportamento delle persone di fronte al cibo scaduto o andato a male per la categoria della carne: la maggior parte degli intervistati ha dichiarato di congelare l’alimento per evitare gli sprechi (51%) e di fare la spesa frequentemente senza creare troppe riserve (49%).

Ci sarebbe da prendere in considerazione anche il segmento della ristorazione, responsabile di una parte dello spreco di carne nella parte finale della filiera. Di questo settore, però, i dati disponibili rivelano un ruolo marginale, rispetto a quelli legati al consumo domestico. Se si tratta di non buttare nel cassonetto la carne, comunque, è meglio evitare di farlo sia che si stia a casa, sia che si vada al ristorante. Con una differenza: a casa, oltre a mangiare molto più spesso di quanto non si faccia fuori, la carne che viene acquistata inutilmente è responsabilità totalmente nostra, così come sono i soldi che vengono sprecati. Una cosa che i ristoratori sanno bene, e quindi evitano il più possibile di fare.

 

Fonte: Nonsprecare.it