Economia circolare, pochi scarti nella filiera zootecnica

Rispetto ad altri settori industriali, quello agroalimentare è il più complesso: lo studio degli impatti deve sempre tenere conto delle molte interazioni tra le diverse filiere produttive.  Questo è ancor più vero nella produzione di carni e salumi, dove gli scarti sono ormai praticamente azzerati, rendendo la filiera zootecnica quella che ne genera meno in campo agroalimentare.

Le aziende agricole, ad esempio, utilizzano molto spesso fertilizzanti organici come il letame provenienti dagli allevamenti che, a loro volta, usano per la produzione dei mangimi scarti agricoli o sottoprodotti della trasformazione industriale. Gli animali e le piante sono in pratica due sistemi interdipendenti.

L’economia circolare è ritenuta da molti l’economia del futuro, in quanto rigenerare le risorse ed azzerare gli scarti si sta rivelando necessario, essendo le risorse del pianeta Terra limitate, così come è limitata la capacità dello stesso di assorbire o accogliere i rifiuti o le varie forme di inquinamento prodotti dalle attività umane.

La carne bovina è ad esempio il risultato di uno dei sistemi più complessi, in quanto si devono prendere in considerazione contemporaneamente la carne, il latte e la pelle: il calcolo degli impatti di uno di essi deve passare attraverso regole di ripartizione (allocazione) dei carichi ambientali tra i vari sistemi.

 

Per rendere confrontabili e ripetibili gli studi, è opportuno che tali regole siano trasparenti e possibilmente costruite seguendo un percorso di validazione pubblico e internazionale come quello avviato dall’International EPD System, che da molti anni lavora in quest’ambito e ha pubblicato, primo al mondo, le Product Category Rules (PCR) per la carne.

Nei PCR vengono ad esempio descritte in modo dettagliato le regole di calcolo utili a ripartire gli impatti tra i diversi prodotti della filiera esaminata. Per quanto riguarda la filiera di produzione del bovino adulto, il totale dell’impatto ambientale viene suddiviso tra la fattrice, allevata a solo scopo riproduttivo, e tutti i prodotti e sottoprodotti che da lei derivano: la fattrice stessa (la sua carne, la pelle e il grasso) e i vitelli da lei generati durante gli anni di attività.

La disponibilità di regole di calcolo comuni ha aperto la possibilità di certificare e pubblicare i risultati degli studi LCA per mezzo delle dichiarazioni ambientali di prodotto (EPD – Environmental Product Declaration).

L’esigenza di creare delle regole condivise e di integrare le diverse filiere ha spinto anche l’Unione europea, a partire dal 2013, a promuovere la metodologia Product Environmental Footprint (PEF), con l’obiettivo di definire una metodologia comune a livello europeo per il calcolo degli impatti ambientali di un prodotto.

 

Redazione Carni Sostenibili