Dopo l’allarme Oms è boom della carne bio

Se ne consuma meno, ma di qualità: la carne non è affatto sparita dalla tavola degli italiani. Archiviato il periodo nero post annuncio Oms sulle carni rosse, adesso l’attenzione del consumatore si sposta sempre più su un prodotto proveniente da allevamenti selezionati ancor meglio se biologici. «La richiesta di carni bio, rosse e bianche in particolare, supera di gran lunga l’offerta — lancia l’alert Marco Guerrieri, responsabile carni Coop Italia — Tant’è che per soddisfare la domanda, puntiamo a sviluppare allevamenti biologici strutturati selezionando i nostri migliori produttori: sono già partiti alcuni progetti pilota».

L’Aiab, associazione italiana per l’agricoltura biologica, fa sapere che i produttori zootecnici in Italia sono oltre un migliaio e circa 200 le aziende dedite alla trasformazione e vendita del proprio prodotto. In Emilia-Romagna siamo nell’ordine di qualche decina tra produttori e trasformatori (elaborazione Firab-Fondazione italiana per la ricerca in agricoltura biologica e biodinamica su dati Sian). «Purtroppo si è fatto poco per sviluppare la filiera — rimarca il presidente di FederBio Paolo Carnemolla — I piani di sviluppo rurale non premiano la zootecnia e persino la Pac (Politica agricola comune) ha tolto il premio “qualità” per i capi bovini bio-. Adesso stiamo portando avanti un progetto in regione che mira alla produzione di carne bovina bio, commercializzata con il marchio Bioalleva».

Mancano tuttavia le strutture idonee con terreni a disposizione per la messa a coltura di cereali biologici; mancano mangimi sicuri. «Però, ci sono stalle che chiudono e che si possono prestare alla conversione». I prezzi, del resto, sembrano davvero allettanti per gli allevatori. Gira voce che un’importante ed emergente catena di negozi italiani sia disposta a pagare ben 7 euro al chilo la carne bovina bio (per capirci, adesso la razza bovina Romagnola Igp è sui 5 euro al chilo). «Se queste sono le quotazioni — non ha dubbi Primo Bagioni, produttore forlivese di razze pregiate Marchigiana, Chianina e Romagnola Igp con un business di 1.500.000 euro solo nell’ultimo anno — presto amplierò la stalla di allevamento biologico appena avviata a Rocca San Casciano (Cesena), 200 fattrici e 80 vitelli». E aggiunge: «Ciò che incide di più è il mangime: l’alimentazione bio costa quasi il doppio rispetto alla cosiddetta convenzionale, cioè si passa da 200 a 350 euro a tonnellata».

La corsa sembra dunque inarrestabile. «In Emilia-Romagna, e su scala nazionale, la richiesta di carni bio nella grande distribuzione è incrementata mediamente del 5% da ottobre-novembre 2015. Una percentuale che in due anni arriverà a sfiorare il 30%», azzarda la previsione Guerrieri. «Le vendite di carne di pollo e tacchino bio, dalla semplice fettina agli h«mburger o alle crocchette, sono aumentate del 10% rispetto al 2014 ma — sottolinea — la richiesta è stata di gran lunga superiore alle quantità disponibili». Secondo i dati di Coop Italia, «attualmente l’avicolo bio conta su un giro d’affari pari a 11.000.000 euro annui (il 3% dell’avicunicolo complessivo)». La carne bovina, invece? «È una merceologia esposta da poco che tuttavia promette trend di sviluppo interessanti».

Se si allarga l’orizzonte, sottolinea Guerrieri, «notiamo poi una tendenza verso prodotti provenienti da filiera certificata e ad alto contenuto di servizi, confezionati con un packaging innovativo (skin o sistema sottovuoto) e soprattutto più pregiati. Si vendono, quindi, più tagli di “scottona” e più razze autoctone Igp rispetto al vitellone». Una conferma arriva anche dalle 2.000 macellerie emiliano-romagnole, dove le vendite sono balzate su del 10% negli ultimi tre mesi. «Chi acquista vuole informazioni e garanzie sulla bontà, tenerezza e sapidità del prodotto — dichiara il numero uno di Federcarni in Emilia-Romagna, Stefano Casella — Si valorizza così la figura professionale del macellaio, in grado di tracciare perfettamente il dna dell’animale di razza lungo tutta la filiera». Si dice soddisfatto se non fosse che «le macellerie, pur garantendo reddito, sono costrette a cessare l’attività perché non c’è ricambio». Ed ora Federcarni è corsa ai ripari e sta promuovendo a tappeto corsi di formazione per nuovi macellai.

Fonte: Corriere della Sera