Consumare alimenti di origine animale? La risposta nel DNA

Dobbiamo consumare alimenti di origine animale? La risposta è nel nostro DNA. In una popolazione che discende da antenati onnivori, che quindi presenta una maggiore probabilità di essere portatrice di geni che richiedono un consumo di carne per restare in salute, il drastico passaggio ad una dieta strettamente priva di alimenti di origine animale potrebbe essere rischioso.

È quanto è emerso dall’intervento di Tom Brenna, Professore di Nutrizione Umana e di Chimica della Cornell University di New York (Stati Uniti), che ha presentato diversi studi tra i quali, in anteprima in Italia, quello da lui coordinato e recentemente pubblicato sulla rivista scientifica “Molecular Biology and Evolution” (Oxford University Press), per il quale è stato analizzato il database mondiale di informazioni (1000 Genomes Project) contenente i profili genetici di popolazioni con diverse abitudini alimentari, da quelle tradizionalmente vegetariane a quelle più tipicamente onnivore.

In particolare, in occasione del Simposio Scientifico Internazionale “Il ruolo della carne nell’alimentazione umana. Novità dalla ricerca”, tenutosi martedì 15 novembre 2016, Tom Brenna ha messo in luce il ruolo della variabilità genetica nelle nostre scelte alimentari e l’importanza nutrizionale della carne e dei prodotti di origine animale per i soggetti appartenenti a civiltà storicamente abituate a mangiare tutti i tipi di alimenti.

“Coloro che discendono da onnivori hanno una maggiore probabilità di essere portatori di geni che richiedono un consumo di carne e pesce per stare in salute e per questo la loro dieta richiede l’apporto di questi alimenti – dichiara Tom Brenna – In tutte le loro forme, le fonti proteiche animali offrono un bilancio ottimale di amminoacidi per la crescita e la riparazione, ferro eme altamente biodisponibile, zinco, vitamina B12, altre vitamine del gruppo B e un appropriato apporto di grassi. Si tratta di nutrienti estremamente importanti in particolare durante le prime fasi dello sviluppo umano, per la crescita, lo sviluppo del cervello e la riparazione dei tessuti, oltre che per il mantenimento della funzione metabolica nell’invecchiamento”.

Dall’intervento di Annunziata Di Palma, Primario del reparto di Pediatria dell’Ospedale Santa Chiara di Trento, è scaturita una riflessione sui recenti casi di bambini che seguono diete strettamente vegane non controllate e sull’importanza di una sana alimentazione basata sul giusto equilibrio di tutti nutrienti: “Oggigiorno le mode alimentari o le errate convinzioni portano alcuni genitori a far seguire ai loro bambini un’alimentazione vegetariana o vegana, con effetti dannosi se condotta rigidamente e senza le dovute integrazioni – sottolinea Annunziata Di Palma – La mancanza di vitamina B12 è il danno più serio, perché coinvolge lo sviluppo del cervello provocando alterazioni neurologiche fino all’atrofia cerebrale diffusa. Inoltre, le carenze di calcio che possono osservarsi in chi segue una dieta vegana portano al rachitismo, malattia che era scomparsa e che ora, proprio per il fenomeno delle diete incontrollate, ricompare nella nostra società”.

Anche la Società Italiana di Nutrizione Pediatrica ritiene che un’alimentazione per essere sana, soprattutto nei bambini, debba essere obbligatoriamente equilibrata e variata, come avviene ad esempio nella corretta applicazione dei principi della Dieta Mediterranea. “In quest’ottica, il ruolo delle carni non va né sottovalutato, né al contrario sopravvalutato: l’uomo è da molte decine di migliaia di anni, un animale onnivoro, nella cui dieta, dunque, è opportuno siano rappresentate tutte le classi di alimenti – afferma il prof. Andrea Vania, Componente direttivo SINUPE e Dirigente di I livello e Responsabile del Centro di Dietologia e Nutrizione Pediatrica del Dipartimento di Pediatria dell’Università La Sapienza di Roma –.

La Società di Nutrizione Pediatrica ritiene quindi che “le carni, bianche, rosse, trasformate, mantengano la loro validità nell’alimentazione in tutto l’arco dell’età pediatrica. L’accortezza che è necessario mantenere, in particolare nel bambino e ancor più quando è piccolo (nei primi mille giorni di vita), starà nell’assicurare la loro varietà, ed un loro consumo contenuto ed adeguato ai fabbisogni del bambino in crescita, che variano come è ovvio col variare dell’età e delle fasi di sviluppo attraversate”, conclude il Professor Vania.

 

Fonte: Sprim