Cibo per la mente: mangiare intelligentemente

Circa 6 milioni di anni fa, i primati iniziarono a spostarsi dalle foreste tropicali alla savana. Al contrario di oggi, quei terreni preistorici erano umidi e probabilmente fornivano scorte di frutta e verdura per almeno un anno. Ma poi, 3 milioni di anni fa, il clima cambiò e la savana – con la sua abbondanza di cibo – si seccò.

Molti mammiferi, inclusi alcuni primati, si estinsero, ma altri si adattarono. Gli archeologi che stanno lavorando nei siti della moderna Etiopia hanno scoperto resti animali che possono essere datati a 2,6 milioni di anni fa. I segni dei tagli sulle loro ossa rivelano quasi sicuramente un’attività di macellazione1, dice Manuel Domínguez-Rodrigo, un paleo-antropologo alla Complutense University di Madrid.

Solo due tipi di primati sono sopravvissuti alla catastrofe climatica, dice Domínguez-Rodrigo. C’era una “macchina per processare le piante da una parte e una macchina mangia-carne dall’altra”, dice. “La macchina che mangiava la carne ha sviluppato un cervello più grande”.

La macchina mangia-carne è ciò che poi noi siamo diventati

Per costruire e mantenere un cervello più complesso, i nostri antenati usarono ingredienti trovati principalmente nella carne, incluso ferro, zinco, vitamina B12 e acidi grassi. Anche se le piante contengono molti degli stessi nutrienti, ce ne sono in minori quantità e spesso in una forma che gli umani non posso usare nell’immediato. Per esempio, la carne rossa è ricca di ferro derivante dall’emoglobina, che è più facilmente assorbibile della forma non-eme che si trova nei fagioli e nella verdura a foglia larga. Inoltre, i composti conosciuti come fitati si uniscono al ferro nelle piante e ne bloccano la disponibilità per il corpo. Ne risulta che la carne è una risorsa di ferro alimentare molto più ricca di ogni altro cibo vegetale (vedi ‘Efficienza della carne’). “Dovresti mangiare una quantità enorme di spinaci per eguagliare una bistecca” dice Christopher Golden, un ecologista ed epidemiologista alla Harvard University di Cambridge, Massachusetts.

Le implicazioni per una salute cognitiva sono grandi. C’è una chiaro, ma sottostimato collegamento tra carne e mente, dice Charlotte Neumann, una pediatra all’Università della California, Los Angeles, che ha studiato l’assunzione di carne in Africa e India nelle ultime tre decadi. La mancanza dei micronutrienti che si trovano nella carne è stata collegata a disordini del cervello, incluso un IQ più basso, autismo, depressione e demenza. Il ferro è cruciale per la crescita e la ramificazione dei neuroni quando si è ancora nell’utero; lo zinco si trova in maggiori concentrazioni nell’ippocampo, una zona cruciale per l’apprendimento e la memoria; la vitamina B12 provvede al mantenimento della guaina che protegge i nervi; e gli acidi grassi omega-3 come gli acidi docosahexaenoici (DHA) aiutano a mantenere i neuroni vivi e a regolare le infiammazioni.

Carne per i poveri

Negli anni ’80, i ricercatori hanno iniziato a sospettare che la mancanza di carne in alcuni poveri villaggi rurali stava contribuendo allo spettro dei problemi infantili, inclusi la bassa statura, il sistema immunitario debole, le difficoltà sociali e gli scarsi risultati scolastici. Quando i ricercatori di cinque università studiarono gli effetti della malnutrizione cronica in Messico, Kenya ed Egitto, trovarono che i bambini che consumavano la quantità più alta di carne e prodotti caseari avevano ottenuto il punteggio più alto nei test fisici, cognitivi e comportamentali, specialmente in Kenya2. Ma la mancanza di carne era davvero la responsabile? Quello di cui avevano bisogno le ricerche era uno studio controllato.

Neumann iniziò quindi un esperimento in Kenya3. La sua squadra selezionò 12 scuole con bambini tra i 6 e i 14 anni, e ad alcuni di loro diedero uno snack a metà mattina. Le scuole erano divise in 4 gruppi: al gruppo di controllo non venivano dati snack, mentre gli altri tre ricevevano alcune varianti di githeri, un porridge tradizionale che consisteva in mais, fagioli e verdure. Un gruppo riceveva una versione base, il secondo riceveva un githeri base con un bicchiere di latte e il terzo gruppo un githeri con aggiunta di carne. Tutti i githeri erano bilanciati in modo da contenere lo stesso contenuto calorico. Lo studio è continuato per più di due anni e si allargato a 2 gruppi, il primo con 525 studenti e il secondo con 375. La salute fisica degli studenti e le performance scolastiche erano misurate ogni tre o sei mesi. In confronto con gli altri gruppi, gli studenti nel gruppo della carne avevano una massa muscolare maggiore, minori problemi di salute e un primato nel parco giochi. Anche le performance cognitive erano più forti: il gruppo della carne ha avuto una performance più alta degli altri gruppi in matematica e materie linguistiche4.

Neumann non era sorpreso dei risultati. La tipica dieta rurale in Kenya è di sussistenza e non include molti nutrienti che aiutino il cervello a crescere. La sfida è portare le persone a mangiare più carne, largamente considerata come troppo costosa. “Quello che le persone non realizzano”, dice Neumann, “è che per nutrire il cervello, quasi tutti gli animali vanno bene: carne può essere anche un verme, un bruco o una termite. Non deve essere per forza carne del macellaio”.

Carne per i ricchi

Ma come viene inclusa la carne in una dieta più ricca? “Molti studi che hanno dimostrato l’importanza della carne, della vitamina B, delle produzioni animali e delle proteine sono stati portati avanti in popolazioni che generalmente hanno una nutrizione povera”, dice Diane Hosking, una ricercatrice sul sano invecchiamento della Australian National University a Canberra.

Per riempire questo buco, Hosking e il suo team hanno chiesto a 352 australiani di età compresa tra i 65 e i 90 anni – che erano cognitivamente sani e avevano prevalentemente un background di reddito medio alto – di ricordare quale tipo di cibo avevano mangiato durante la crescita5,6. Per esempio, quanto spesso mangiavano cibi quali carote, carne, pesce o torte? I ricercatori hanno poi somministrato i test cognitivi.

Hosking non ha trovato alcuna correlazione tra le performance dei test dei volontari e il loro consumo di carne da bambini. I risultati hanno contraddetto quanto Neumann e altri avevano osservato nei paesi in via di sviluppo. Oltretutto, contrariamente alle conoscenze convenzionali, i partecipanti che avevano consumato più pesce durante l’infanzia, da adulti erano in realtà più lenti nella misura della velocità cognitiva (il pesce deve aver contenuto neuro-contaminanti come il mercurio, ha detto).

“Ci sono diverse questioni che riguardano questi risultati”, dice Hosking. “Uno è che le persone non mangiano singoli cibi, ma combinazioni di cibi, rendendo difficile sciogliere l’importanza di un cibo singolo, come la carne. Per esempio tra gli australiani più anziani, quelli che mangiavano carne erano più abituati a consumare anche dessert confezionati e snack”.

Inoltre, anche quello che mangiano gli animali conta. Il bestiame e il pollame nei paesi occidentali sono spesso allevati in grandi strutture e nutriti con diete che consistono principalmente in mais e soia, mentre gli animali dei villaggi poveri sono tipicamente allevati in scala nettamente minore e vanno alla ricerca di una maggiore varietà di cibo, che aumenta i nutrienti contenuti nelle loro carni. Date queste variazioni, dice Hosking, “noi dobbiamo essere molto cauti sul dare raccomandazioni alimentari alle persone che hanno accesso a una grande quantità di cibo”.

Carne per il cervello

I micronutrienti nella carne sono diventati nei millenni una parte essenziale della nostra dieta. Alcuni anni fa, degli archeologi in Tanzania hanno estratto dei frammenti del teschio di un bambino risalenti a 1,5 milioni di anni fa. Le deformità sulle ossa hanno suggerito che il bambino fosse morto per porotic hyperostosis, una condizione che si crede derivi dalla mancanza di vitamina B12 – che si trova esclusivamente in alimenti di origine animale. Gli umani hanno iniziato a mangiare prodotti caseari solo negli ultimi 5.000 anni, il che significa che il bambino è quasi sicuramente morto per mancanza di carne7. Quindi, da circa 1,5 milioni d’anni fa, dice Domínguez-Rodrigo, si sono abituati così tanto a mangiare carne che senza di essa sarebbero morti.

La ricerca ha iniziato a fornire alcuni indizi sul come la carne aiuti il cervello a funzionare. Bradley Peterson, direttore dell’Istituto per lo Sviluppo Mentale del Children’s Hospital Los Angeles in California, ha investigato il perché bassi livelli di ferro nei bambini siano correlati a un IQ più basso e scarsa concentrazione8. Usando uno scanning a risonanza magnetica, Peterson e i suoi colleghi hanno mappato quello che succede nei cervelli di neonati di 40 madri adolescenti – un gruppo conosciuto per essere ad alto rischio di mancanza di ferro. Sebbene la maggior parte delle donne abbia riportato di aver preso vitamine prenatali contenenti ferro, il 58% dei casi aveva livelli di ferro al di sotto del normale e il 14% ha riscontrato i criteri per una lieve anemia.

Quando il cervello si sviluppa, dice Peterson, i neuroni diventano incredibilmente complessi, formando una dentrite a bracci coperta di spine – molto simile a un albero che cresce. L’immagine del cervello che questo team ha preso in considerazione mostra una correlazione tra la complessità del neurone di un bambino e la quantità di ferro nella dieta della madre. “Maggiore è l’apporto di ferro durante la gravidanza, più matura o complessa sarà la materia grigia del bambino al momento della nascita”, dice Peterson, che sta continuando a tracciare le madri e i bambini per vedere quali variazioni entrino in gioco.

Al di là di semplici misurazioni sull’assunzione di micronutrienti, anche le necessità individuali sono influenzate dalla genetica delle persone. Ad oggi, molte delle ricerche si sono focalizzate su come le persone processino gli acidi grassi omega-3, principalmente DHA e acidi eicosapentaenoici (EPA), che sono cruciali per la salute cognitiva umana.

Gli acidi grassi omega-3 si trovano primariamente in oli e pesce selvatico, come salmone e tonno, ma anche gli animali cresciuti al pascolo ne sono una buona fonte. (Animali nutriti con solo soia e mais hanno meno omega-3). Nel 2012, i ricercatori hanno scoperto che la maggior parte delle popolazioni africane, ma non le popolazioni europee, hanno sviluppato una variante del gene FADS che li rende più efficienti a convertire gli omega-3 contenuti nelle piante in forma utilizzabile, il che significa che loro necessitano di minori risorse animali9. Al contrario, un giornale del 2014 ha riportato che le persone che portano avanti una variante del gene APOE (11-17% degli individui americani con discendenza europea) che conferisce un maggiore rischio di sviluppare un principio ritardato del morbo di Alzhaimer, riceve un beneficio minimo dal consumo di grasso di pesce10.

“Una porzione non soddisfa tutte le raccomandazioni nutrizionali” dice Hosking. Detta in altro modo, i nutrienti che si trovano nella carne sono importanti per la salute e la cognizione, ma solo fino a un certo punto. “La carne apporta molti minerali e vitamine in una piccola quantità di cibo” dice Domínguez-Rodrigo. “Mangiare carne è come mangiare una barretta energetica”.

Quindi la chiave della questione diventa quanta carne dovrebbe mangiare una persone intelligente, in salute e consapevole. Troppo poca può rallentare lo sviluppo e la conoscenza. Ma troppa è associata ad altri problemi di salute, come problemi cardiaci e tumore, insieme a problemi di memoria più avanti con l’età. Le fasi di vita di una persona contano: le donne in gravidanza hanno bisogno di più ferro, come neonati e bambini. Anche la genetica gioca un ruolo importante, ma ad ora non ne conosciamo tutti i dettagli. Tutte queste precisazioni muovono verso un “nebuloso” takeaway.

Sujata Gupta

Fonte: Nature

Riferimenti

  1. Domínguez-Rodrigo, M., Rayne Pickering, T., Semaw, S. & Rogers, M. J.  Hum. Evol.48,109–121 (2005).
  2. Neumann, C., Bwibo, N. O. & Sigman, M. Final Report Phase II: Functional Implications of Malnutrition, Kenya Project. Nutrition CRSP. (University of California, Los Angeles, 1992).
  3. Neumann, C. G., Murphy, S. P., Gewa, C., Grillenberger, M. & Bwibo, N. O.  Nutr.137,1119–1123 (2007).
  4. Hulett, J. L. et al J. Nutr.111, 875–886 (2014).
  5. Hosking, D. E., Nettelbeck, T., Wilson, C. & Danthiir, V.  J. Nutr.112, 228–237 (2014).
  6. Hosking, D. & Danthiir, V.  J. Nutr.110, 2069–2083 (2013).
  7. Domínguez-Rodrigo, M. et alPLoS ONE7, e46414 (2012).
  8. Monk, C. et alPediatric Res.http://dx.doi.org/10.1038/pr.2015.248 (2015).
  9. Mathias, R. A. et alPLoS ONE7, e44926 (2012).
  10. Chouinard-Watkins, R. & Plourde, M. Nutrients6, 4452–4471 (2014).