Carne ed evoluzione: la chimica che ci ha fatti crescere

Pancia o cervello? Sembrerebbe questo il compromesso, o meglio, il tradeoff che ha permesso l’evoluzione della nostra specie. Il nostro antenato “ha scelto” il cervello, che si è sviluppato ed è cresciuto in dimensioni grazie ad un aumentato apporto energetico, e una riduzione della dimensione dell’intestino.

L’energia che assumiamo con i nutrienti è fondamentale non solo per il nostro movimento, ma anche quale benzina per i nostri organi. Bisogna premettere che, fra i nostri organi, il cervello è quello che richiede un maggiore apporto energetico, basti pensare che il dispendio energetico del cervello di un neonato è pari a circa il 50% del suo fabbisogno energetico a riposo; in età adulta il cervello, sviluppato e non più in crescita, richiede circa il 20% del fabbisogno energetico a riposo, contro un peso del 2% rispetto all’intera massa corporea.

Dunque, al fine evoluzionistico, un aumentato apporto di energia era necessario all’uomo paleolitico. Questo surplus di energia andava ad alimentare il cervello e il suo conseguente sviluppo di generazione in generazione. Sono due le teorie (una non esclude l’altra) che spiegano come l’organismo dei nostri antenati abbia potuto favorire lo sviluppo del cervello e, di conseguenza, ottemperare alle sue crescenti richieste energetiche.

Secondo l’ipotesi di Leslie Aiello, paleoantropologa dell’Università della California, l’introduzione della carne nella dieta ha comportato una riduzione del tratto gastrointestinale: un intestino più lungo era necessario alla digestione di alimenti di origine vegetale che insieme ai nutrienti apportavano una vasta quantità di fibre non digeribili, che rallentavano la digestione aumentando la massa del chilo.

La carne, povera di fibre, veniva masticata e digerita più velocemente, rappresentava dunque un alimento vantaggioso, poiché a parità di massa conteneva una maggiore quantità di nutrienti e la sua introduzione nella dieta garantiva valore nutrizionale superiore rispetto a quello apportato da un’alimentazione di sola origine vegetale.

Il miglioramento della qualità nutrizionale della dieta insieme alla conseguente riduzione dell’intestino comportavano un “surplus energetico” che alimentava il cervello. Lo stesso, su tempi evoluzionistici, è cresciuto in massa e di conseguenza anche in funzionalità a discapito dell’intestino.

A questa teoria si unisce quella di Wrangham, l’antropologo che nel suo libro “L’intelligenza del fuoco: l’invenzione della cottura e l’evoluzione dell’uomo”, sostiene che l’utilizzo del fuoco nella preparazione degli alimenti abbia avuto una fondamentale importanza al fine evoluzionistico: la cottura infatti può rendere commestibili alimenti che crudi non lo sono (si pensi alle patate), ne aumenta la digeribilità, migliora conservabilità e qualità igieniche.

Ognuno di questi aspetti favorisce un aumentato apporto energetico e, secondo Wrangham, è la spiegazione alla base del drastico cambiamento che si verificò 1,9 milioni di anni fa, quando il corpo dei primi umani divenne più grande, il cervello aumentò di dimensioni e complessità e si manifestò un adattamento a percorrere lunghe distanze.

Non c’è però accordo sulla “esplosione culinaria” dettata dall’avvento dell’uso del fuoco in cucina: i primi attrezzi riconducibili a tale attività sono datati a non più di mezzo milione di anni fa. Si crede, infatti, che la cottura degli alimenti possa aver giocato un ruolo fondamentale nell’evoluzione della specie solo più tardi, insieme ad altre concause che hanno favorito lo sviluppo della capacità cranica.

Insomma sembra ampiamente accettato che il surplus di energia generato dall’assunzione di carne e dalla cottura sia stato leva dell’evoluzione umana. Certo l’adattamento del corpo a tale surplus, ben lontano dalle forme di sedentarietà e obesità di oggi, è stato fondamentale.

Gloria Luzzani

 

Gloria Luzzani è impiegata presso l’Istituto di Chimica Agraria e Ambientale dell’Università Cattolica. Dopo la laurea in dietistica, ha approfondito le sue conoscenze del settore alimentare grazie alla laurea in Economia e Gestione del Sistema agroalimentare. Da sempre interessata all’innovazione nutrizionale, sostenibile ed economica, svolge la sua attività di studio e ricerca proprio in questi ambiti.