BMJ, non sparate sulla carne

Di nuovo la carne sul banco degli imputati. Questa volta è un articolo pubblicato dal British Medical Journal (BMJ), che riferisce i dati di una ricerca sul rapporto fra mortalità e consumo della carne. Le conclusioni, a prima vista, sono preoccupanti. Chi consuma carne e prodotti trasformati corre il rischio di lasciare questo mondo prima del dovuto. Accadrebbe in oltre l’un percento dei casi. Giornali e televisioni ancora non si sono “accorti” di questo studio e non hanno lanciato l’ennesima, inutile e dannosa campagna allarmistica.

Meglio giocare d’anticipo e fare un po’ di chiarezza. Partiamo dal campione che la ricerca ha preso in esame. Sono oltre 500mila persone, dunque un numero significativo, ma riferito esclusivamente a consumatori statunitensi. Fra le componenti del consumo di carni prese in esame il contenuto in nitriti e nitrati (dunque con riferimento agli insaccati) e il ferro eme delle carni rosse. Nessun cenno ai metodi di cottura, non meno importanti.

I risultati dello studio vanno dunque interpretati tenendo conto di questi elementi. Partiamo allora dal consumo procapite di carne, che negli Usa è di 120 chilogrammi anno, con una presenza significativa di carni rosse e insaccati. La distanza dai consumi europei e in particolare dall’Italia è notevole. Nella Penisola ci fermiamo a 79,1 g procapite anno (dati Censis), incluse le carni suine, bovine, avicole, ovicaprine e altre (cavallo, selvaggina ecc.).

Non dimentichiamoci dei nitrati. Negli insaccati ci sono e la loro presenza ci dà sicurezza nei confronti di alcuni pericolosi patogeni. Ma non sono certo l’unica fonte. Radicchi e insalate da foglia ne contengono a loro volta quantità importanti. Eppure non c’è nutrizionista che non ne esalti le loro qualità salutistiche.

Il quadro non sarebbe completo senza un’occhiata alle aspettative di vita nell’uomo. Negli Usa, che forse di carne ne consumano un po’ troppa e comunque più di noi, la vita media è di oltre 79 anni, e nella graduatoria mondiale gli Stati Uniti si collocano al 42esimo posto. L’Italia, con la sua vita media di quasi 85 anni, è al terzo posto, dopo Monaco e Giappone. In India la vita media è di soli 68 anni. La colpa non può essere della carne, visto che il consumo in questo paese è di appena 4,4 kg all’anno.

Nessun dubbio sulla correttezza della ricerca pubblicata da BMJ. Anche una rivista scientifica come questa dovrebbe tuttavia puntualizzare con maggiore enfasi i limiti e le finalità di quanto pubblicato, ovvero invitare gli americani a mangiare meno carne rossa, considerando che i loro consumi procapite sono esattamente il doppio di quelli italiani. Altrimenti si rischia di passare un’informazione distorta – come quella di giornali che parlano appunto del contesto nordamericano come se fosse uguale a quello italiano. Una responsabilità che sulle riviste scientifiche pesa più che altrove.

 

Angelo Gamberini

 

Angelo Gamberini è giornalista professionista e medico veterinario, autore di libri sull’allevamento degli animali, impegnato nella divulgazione dei temi tecnici, politici ed economici di interesse per il mondo degli allevamenti.