Antibiotici negli allevamenti, come e perché?

Recentemente alcuni nostri lettori ci hanno chiesto, via social network, di approfondire il tema degli antibiotici negli allevamenti. Per farlo, abbiamo interpellato (e intervistato) uno dei massimi esperti in materia a livello nazionale. Si tratta del professor Guido Grilli, del Dipartimento di Medicina Veterinaria dell’Università degli Studi di Milano e Presidente della Società Italiana di Patologia Aviare. Ecco qui come ha risposto ad alcune nostre domande.


Perché e come si usano gli antibiotici negli allevamenti?

Malgrado tutte le norme di bio-sicurezza applicate e tutti i vaccini che vengono utilizzati (si vaccinano tutti i polli) gli animali possono ammalarsi alla stregua di quello che succede anche nell’uomo. Va ricordato che NON si usano gli antibiotici come promotori di crescita (proibiti dal 2006), né altre sostanze esogene (ormoni, tireostatici, b agonisti) per migliorare le performance produttive degli animali.


Quali sono i “tempi di sospensione”, ossia i tempi necessari ai diversi animali per smaltire eventuali antibiotici, e come variano?

I tempi di sospensione variano in base alla classe chimica delle molecole utilizzate a alle loro caratteristiche farmacologiche; in genere in avicoltura si utilizzano antimicrobici con un tempo di sospensione breve (1-7 giorni). I tempi di sospensione sono decisi dal Ministero della Salute sulla base dei dossier di registrazione comprensivi di tutti gli studi clinici, di sicurezza, farmacologici e di eco-tossicità, che se interessano solo l’Italia sono valutati da specialisti pubblici (professori universitari o di altri Enti dello Stato), oppure, se si tratta di registrazioni per tutta Europa. dall’Agenzia Europea del Farmaco (EMA).


Come possiamo essere certi che nelle carni che portiamo in tavola non ci sia traccia di antibiotici?

I tempi di sospensione che vengono adottati hanno sempre un largo margine di sicurezza e vengono eseguiti controlli sugli animali macellati in accordo con il Piano Nazionale Residui (PNR). Nel 2015 sono state eseguite oltre 41.000 analisi, di cui circa 7.500 nel comparto avicolo da carne e 1230 nelle uova. Secondo il Ministero della Salute, solo 4 campioni di carne e 4 di uova sono risultati non conformi.


Ma gli antibiotici possono essere usati da un allevatore quando gli pare, o bisogna seguire precisi criteri?

Assolutamente l’allevatore non ha nessun potere di discrezionalità! L’utilizzo di un antibiotico deve seguire la seguente prassi: visita clinica di un veterinario, che può chiedere anche un supporto di laboratorio, con una diagnosi precisa, prescrizione veterinaria in triplice copia (una copia all’ASL, una rimane all’allevatore e una al fornitore di farmaci: il tutto deve essere mantenuto per 5 anni), compilazione di un registro di allevamento obbligatorio in cui sono riportati tutti i dati inerenti la terapia, l’identificazione dei soggetti (in genere il gruppo), l’inizio e la fine del trattamento e i tempi di sospensione. La maggior parte degli allevatori non ha scorta di farmaco, quindi viene ordinato solo quando serve e solo se lo prescrive il veterinario.


Nel settore avicolo si è già ridotto del 40% in tre anni l’uso di antibiotici negli allevamenti. E’ possibile, o auspicabile, la completa eliminazione dell’uso di antibiotici negli allevamenti?

La riduzione dell’utilizzo dell’antibiotico è stato possibile grazie al grande sforzo che è stato fatto dell’avicoltura nazionale migliorando le strutture, razionalizzando gli allevamenti e formando capillarmente gli allevatori. Non credo che si possa pensare all’eliminazione completa dell’antibiotico, perché gli agenti patogeni sono sempre presenti nel territorio e la maggior parte sono portati anche da avifauna selvatica che non risulta praticamente controllabile. Per alcune malattie non sono neanche disponibili vaccini efficaci.


Antibiotico-resistenza, è tutta colpa degli allevamenti?

Assolutamente no, anche se sicuramente un contributo c’è. La resistenza agli antimicrobici è antecedente alla scoperta della penicillina. Recentemente sono stati scoperti geni di antibiotico resistenza in una mummia dell’11° secolo A.C. nell’era precolombiana. Faccio anche presente che la maggior parte degli antimicrobici sono originati da muffe che li producono per combattere loro stesse i batteri, e che quindi hanno comunque stimolato l’insorgenza di meccanismi di difesa da parte dei batteri. Naturalmente questi meccanismi vengono amplificati dall’utilizzo eccessivo che se ne è fatto in passato (e forse ancora adesso) in certi comparti umani e zootecnici.

Redazione Carni Sostenibili