Allevamenti sostenibili: così cerca di cambiare la filiera della carne

Il valore della produzione degli allevamenti di bovini da carne nel 2011 ha superato i 3 miliardi e mezzo di euro. E il fatturato del settore avicolo nel 2012 ha toccato i 5,7 miliardi di euro. In Italia, l’Istat ha contato oltre 200 mila aziende con allevamenti e, di queste, solo 7 mila sono biologiche. Tuttavia, anche le imprese tradizionali stanno prendendo coscienza del problema del loro impatto ambientale. Per molte il passo iniziale, agevolato dagli incentivi, è stato l’utilizzo delle fonti rinnovabili. Fotovoltaico sui tetti delle stalle, impianti eolici e, soprattutto, a biogas per la valorizzazione dei rifiuti (come liquami, avanzi di cibo e scarti delle lavorazioni), garantiscono il recupero dell’energia utilizzata per la produzione e la remunerazione della parte generata in eccesso. Così gli allevamenti diversificano il rischio e aumentano i profitti, ma allo stesso tempo diventano più «sostenibili», almeno da un punto di vista energetico.

BENESSERE ANIMALE – L’Unione europea da tempo si è impegnata a incrementare il livello di benessere animale negli Stati membri, sia per quanto riguarda la protezione di tutti i capi negli allevamenti, sia per le condizioni di trasporto, stordimento e macellazione. Per i polli, ad esempio, si parla di «morti bianche». Prima di essere uccisi vengono «addormentati» con la CO2 per evitare che provino dolore. I bovini, invece, vengono intontiti con una pistola a proiettile captivo, mentre i suini sono sottoposti a elettronarcosi, sempre per evitare che soffrano nel momento della loro fine che avviene poi per dissanguamento.

BOVINI – In Italia gran parte dei bovini è radunata negli allevamenti intensivi. Qualcosa, però, si sta muovendo per rendere la loro vita meno infelice. Tra l’Emilia-Romagna e la Lombardia c’è un esempio. Oltre 700 soci di Unipeg, cooperativa nel settore della macellazione e lavorazione delle carni bovine fresche, che rappresenta il 10% della realtà nazionale, hanno sottoscritto un disciplinare di produzione in cui vengono riportati alcuni standard da rispettare. Si parte dallo spazio a disposizione di ogni animale (da 1,50 a 3 metri quadri per capo), che deve consentire a tutti di coricarsi contemporaneamente, per proseguire con il ricambio d’aria obbligatorio per evitare eccessive concentrazioni di ammoniaca e idrogeno solforato. Inoltre, nelle stalle deve penetrare la luce naturale e viene definito un periodo minimo di permanenza per evitare che la crescita degli animali avvenga troppo velocemente. E poi sono banditi gli ormoni e le proteine animali nei mangimi. Il rispetto delle norme viene controllato a campione da un ente terzo (Csqa Certificazioni). Oltre a questo, ogni anno i veterinari e gli agronomi di Unipeg danno un punteggio a ogni associato sulla base del rispetto dei parametri stabiliti. Lo scopo è quello di ottenere standard di qualità sempre più alti e di creare cultura per quanto riguarda le norme di benessere animale e di impatto ambientale. Chi non rispetta le regole, a seconda della gravità, può essere soggetto a sanzioni pecuniarie o anche alla sospensione dalla produzione per Unipeg.

POLLI – Dal 2012 l’Ue ha bandito l’allevamento delle galline ovaiole in gabbia, ma in Italia ben pochi si sono adeguati. E così la Commissione europea è dovuta intervenire richiamando il nostro Paese sul tema. Molti aspetti del benessere di polli, galline e tacchini, come lo spazio in cui si devono muovere, il tipo di lettiera in cui possono razzolare e la frequenza con cui deve essere cambiata per ragioni igieniche, sono stati definiti per legge, ma ben pochi li rispettano. Esistono, però, anche alcune eccezioni: una di queste è quella del pollo Campese di Amadori, che l’anno scorso ha vinto il premio «Good Chicken» conferito dalla onlus Compassion in world farming per il benessere animale. Il pollo Campese è libero di razzolare dall’alba al tramonto all’aperto e ha un’alimentazione senza ogm a base di mais, grano, orzo, altri cereali e soia. Per trasparenza, i consumatori possono controllare la situazione tramite webcam.

SUINI – Anche per la salute dei maiali sono previste norme stringenti: dalle dimensioni dei locali dove vivono (almeno 2,25 m² per scrofa e 6 m² per un verro) alle caratteristiche dei pavimenti, che non devono essere sdrucciolevoli; dalla frequenza e tipologia di alimentazione (devono avere accesso ad acqua fresca e mangiare almeno una volta al giorno) all’intensità dei rumori che non deve superare certe soglie. Purtroppo però, ancora una volta, negli allevamenti italiani molte di queste norme non vengono applicate. Per questo il Ciwf ha lanciato la campagna «Sonodegno» e la petizione online per chiedere il divieto a effettuare amputazioni e mutilazioni, l’obbligo a fornire materiali manipolabili, come la paglia, per permettere loro di esprimere i loro comportamenti naturali e l’eliminazione delle gabbie di gestazione.

POTERE DI SCELTA – Di certo, la situazione è molto complessa. Nonostante gli sforzi apprezzabili di chi si sta muovendo verso un futuro a minore impatto, non si può negare che la situazione sia ancora molto arretrata. Si può discutere sulla debolezza delle leggi comunitarie e sull’insufficienza dei controlli e delle sanzioni inflitte, ma perché qualcosa cambi davvero c’è bisogno di scelte di acquisto più consapevoli. Evitare gli sprechi e optare per carni certificate, che rispettano determinati parametri ambientali e di benessere animale, informandosi e leggendo le etichette alimentari è l’unico modo per spingere la trasformazione del settore e renderlo davvero più «sostenibile».

Alice Dutto

Fonte: Il Corriere della Sera